• mercoledì , 13 dicembre 2017

“Protesta” fa rima con “proposta”: l’anomalia di uno “strano” animale politico.

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Il leader radicale Marco Pannella durante un comizio a piazza Navona, a Roma, per il referendum sull'aborto del 17 maggio 1981. ANSA

Il leader radicale Marco Pannella durante un comizio a piazza Navona, a Roma, per il referendum sull’aborto del 17 maggio 1981.

Con quarant’anni d’anticipo rispetto ai fermenti politici contemporanei – il 15M spagnolo, la Nuit debout parigina e, in misura completamente differente, l’esordio dei nostri pentastellati, all’epoca dei meetup -, Marco Pannella fu il primo a superare la dicotomia destra/sinistra. Egli, infatti, riteneva che nel nostro Paese dominato dall’ortodossia di due “Chiese”, quella cattolica e quella comunista, fosse fondamentale la scelta di posizionarsi su un altro continuum: quello tra libertarismo e autoritarismo. E di fronte a tale scelta, Marco non aveva dubbi riguardo a dove collocarsi.
Si faceva chiamare “compagno”, pur essendo lontanissimo dalla sinistra parlamentare italiana, dominata da un Partito Comunista elefantiaco, immobile e irrigidito su posizioni filo-sovietiche da un lato e miglioriste dall’altro; un PCI “togliattiano” che è sempre stato accorto a non scontentare “le masse” cattoliche e che, ben prima dell’ipotesi del compromesso storico, non ha mai smesso di corteggiare o inseguire la Democrazia Cristiana sul suo terreno.
Agli occhi dei comunisti, probabilmente, Pannella doveva risultare indigesto, per quant’era recalcitrante a qualsiasi categoria ed etichetta politica.  “Io non credo nelle ideologie, –  sosteneva in un intervista rilasciata a Playboy nel Gennaio del ’75 – non credo nelle ideologie codificate e affidate ai volumi rilegati e alle biblioteche e agli archivi. Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell’ufficio postale. L’ideologia te la fai tu, con quello che ti capita, anche a caso. Io posso essermela fatta anche sul catechismo che mi facevano imparare a scuola, e che per forza di cose poneva dei problemi, per forza di cose io ero portato a contestare”

Attivista dei diritti civili – ricordiamo le tante battaglie per il divorzio, per la legalizzazione dell’aborto,per i diritti dei detenuti nelle carceri, per la depenalizzazione e la liberalizzazione delle droghe leggere, per l’abolizione della leva obbligatoria e dei manicomi  -; impegnato in prima linea contro l’Unione sovietica all’epoca dell’invasione della Cecoslovacchia nel ’68; simpatizzante delle pulsioni che animavano i movimenti giovanili e studenteschi; filo-atlantista ma contro la guerra in Vietnam; antimilitarista non violento ma distante dal pacifismo ideologico; fin da subito contrario al compromesso storico e impegnato attivamente a contrastare in ogni modo le leggi d’emergenza dell’ “amico” Cossiga (celebri i suoi discorsi contro la polizia nei giorni seguenti l’assassinio di Giorgiana Masi da parte di poliziotti infiltrati nella manifestazione); contro la linea della fermezza nei giorni del sequestro Moro; fautore di candidature “scomode” (su tutte, quella di Toni Negri, inviso al PCI “della fermezza”, e di Enzo Tortora, tragicamente coinvolto nell’accusa di mafia): tutto questo era Marco Pannella, quanto bastava ai comunisti per considerarlo un avversario politico.

Troppo liberale e fuori dagli schemi per la sinistra, ma anche troppo laicista e libertario per essere considerato di destra. Soprattutto per la destra italiana, da sempre conservatrice, confessionale, populista e demagogica, retrograda, tradizionalista, collusa e legata a interessi particolaristici e clientelari. Nel tempo, Pannella si era avvicinato persino al centrodestra di Berlusconi (forse più per il laicismo e il liberalismo delle correnti ex socialiste interne a Forza Italia che per altre ragioni); ha avallato gli interventi guerrafondai dell’amministrazione Bush; è sceso in piazza a fianco di Israele durante la seconda intifada; eppure il libertarismo che ha sempre animato le campagne per i diritti civili (quella per i detenuti, per la legalizzazione della cannabis, per il testamento biologico e l’eutanasia, solo per citarne alcune) lo rendevano inviso persino alle correnti più liberali del centrodestra.
Era uno “strano” animale politico, Pannella; dal carattere forte, carismatico, coraggioso, ostinato, tenace e caparbio. Scaltro, intelligente, sensibile alle trasformazioni culturali della società civile, non ha mai perso l’occasione di cavalcare il mutamento per costruire, al di fuori d’ogni opportunismo, campagne politiche “martellanti” tanto per l’opinione pubblica, quanto per le istituzioni e per quella partitocrazia che tanto detestava.
Il suo spirito “ribelle” e “anarcoide” lo portava spesso ad essere sotto i riflettori. Narcisista e vanitoso, vero, epperò lontanissimo da quel personalismo che sembra contraddistinguere il rampantismo politico odierno. La sua vita privata – quella di un bisessuale poco incline a instaurare legami duraturi- rifletteva l’anomalia del personaggio politico: un ribelle solo apparentemente contraddittorio, perché perennemente in fuga da ogni identità precostituita, da qualsiasi tentativo di definizione del suo pensiero e della sua persona. Contro persino l’identità di genere, ben prima che la “teoria del gender” fosse coniata e divenisse di moda.

Profondamente laico e illuminista (l’ultimo erede in campo politico di quella tradizione), da liberale qual era, difendeva strenuamente la democrazia e la Costituzione. Non è mai stato un rivoluzionario dunque, però professava un riformismo radicale, quasi “rivoluzionario” se mi consentite l’ossimoro. Riteneva, infatti, che ogni parziale conquista di libertà, attraverso l’acquisizione di nuovi diritti, comportasse un allargamento del campo democratico, il quale via via avrebbe lasciato alle spalle ogni residuo autoritario e conservatore, per porre al centro dell’azione politica finalmente l’individuo e e le sue istanze libertarie.  Per questo motivo, esigeva che le azioni di protesta, anche le più radicali – gli scioperi della fame e della sete, la disobbedienza civile portata fino all’arresto, se necessario -, fossero accompagnate sempre da un elemento di proposta.

“Faccio politica sui marciapiedi”, diceva provocatoriamente in un intervista a Panorama nel ’75. Al di là dei riflettori che aveva puntati sempre addosso, ciò era profondamente vero. Per questo è stato, molto probabilmente, più amato che votato.

Ci ha insegnato che il conflitto tra Ragion di Stato e libertà individuali può essere risolto solo rafforzando le seconde, accrescendole esponenzialmente. Come? Avanzando nuovi diritti ed estendendo l’inclusione democratica. Perché se la possibilità di una liberazione ci è data – liberazione dall’autoritarismo statale, dall’ingerenza della Chiesa e della religione sule nostre vite, dal governo delle nostre condotte – , questa non può che essere perseguita gradualmente, attraverso il coinvolgimento degli individui nei processi decisionali riguardanti le loro vite, estendendo la partecipazione democratica e incitandoli a prendere parola. “Il rispetto della parola – diceva – è il fondamento della legge. Faremo perciò le battaglie che abbiamo sempre fatto in difesa dell’onestà, la trasparenza e la povertà che abbiamo sempre praticato contro l’arroganza dei troppo ricchi e dei padroni”.

Solo così, potremmo della vita imparare ad assaporare un profumo diverso, differente dal lezzo delle nostre invisibili prigioni quotidiane. Che sono poi le prigioni contro cui Marco si è battuto per un’intera vita, vale a dire le prigioni delle ideologie, delle forme di esclusione sociale, delle disuguaglianze, dei vincoli all’acceso e delle proibizioni liberticide.

@Diogene

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