Tre fiumi – Prima parte

Restò qualche momento a ricontrollare gli appunti della lezione, non appena l’ultimo alunno si fu congedato con il consueto rispettoso saluto. Prese i libri e li sistemò nel cassetto della cattedra, lasciando fuori soltanto i due tomi di grammatica per la lezione privata del giorno dopo. Fuori dalla finestra i pioppi spogli restavano ritti e silenziosi nel vento della sera incombente. D’estate, le loro piccolo foglie avrebbero tremolato come tante piccole candele al minimo soffio di brezza. Nelle sere d’inverno i rami nudi conoscevano soltanto la solidità, la resistenza e la tenacia. 

Era freddo, e il professore, come lo chiamavano al paese, si raccolse nel pastrano prima di uscire. Si era dimenticato la sciarpa e doveva tenersi il bavero stretto al collo. Il custode lo salutò come al solito con un piccolo inchino e quell’appellativo che a Paul suonava spesso canzonatorio, “buonasera professore.” Tutti lo chiamavano così, del resto. Sapevano chi fosse, e lui sapeva che loro lo sapevano. Fingere aiutava entrambe le parti, e allora, pensava Paul, ben venga questa sottile ipocrisia, miei cari neo-concittadini. Il custode, un uomo grassoccio sulla cinquantina, non l’aveva preso subito in antipatia. Aveva tentato di abbordare Paul più volte alla chiusura della scuola, con le solite battute che si giocava con gli amici, tra cui il suo cavallo di battaglia, quella storiaccia sulla moglie di un noto conestabile della zona e sulle sue abitudini nel talamo coniugale. La tiepida accoglienza con cui erano state accolte dal professore aveva causato il drastico deterioramento dei loro rapporti. 

Paul si era incamminato lungo il sentiero sotto il filare di alberi, pioppi e tigli, che si era soffermato ad osservare dalla finestra dell’aula ormai vuota. Procedeva a passi svelti, tenendosi alla sinistra il fiume, l’Aisne gonfio delle piogge di febbraio. Un inverno duro, inclemente. Nessuno restava a passeggiare a quell’ora, nonostante il sole non fosse ancora tramontato, e fosse ancor lì, pallido, mezzo nascosto, vergognoso della propria inutilità. Giunto alla svolta che portava alla pensione dove alloggiava proseguì diritto. Si era accorto di aver, suo malgrado, voglia di bere. Era uno di quei periodi in cui dormiva male, e sentiva un persistente dolore alla bocca dello stomaco che provava a tenere a bada con qualsiasi rimedio, senza successo. Bere tisane, mangiare molto pane, masticare tabacco, trangugiare un paio di uova crude. Nessun metodo, consiglio d’esperto o rimedio popolare che fosse, era servito a granché. Si assopiva e si ridestava poco dopo, in perenne equilibrio tra veglia e sogno, in un sonno che sonno non era. Lo stupore profondo del vino almeno l’avrebbe fatto dormire, anche se non lo riposava. Qualche ora di sereno oblio, pensò, sarebbe stato meglio di niente.

Giunse a una taverna sul lungofiume dove servivano sempre e soltanto uno stufato di granchi di fiume e pesce d’acqua dolce, dal gusto sciapo e fangoso che, tutto sommato, non gli dispiaceva. Era il contorno, dopotutto, pensò ordinando una caraffa di vino rosso. Alcuni suoi studenti, che evidentemente lo avevano preceduto di poco, lo salutarono e lo invitarono a unirsi a loro. Lui declinò l’offerta con un cenno e un sorriso bonario. Notò che Lucien sembrava estraniarsi dai suoi compagni. Brindava con loro ma il suo sguardo irrequieto e triste tradiva, di tanto in tanto, preoccupazioni più profonde, che lo accompagnavano anche il quel momento. Paul ne contemplò il viso con brevi occhiate circospette, durante la cena. Era magro e bello. Scacciò dalla testa quei pensieri, e riuscì a tenerli lontani da sé fino all’inverno successivo. La cameriera gli portò un’altra caraffa, omaggio dei suoi studenti. Si chiese se gliela offrissero per il piacere di vedere il proprio insegnante ubriaco o per sincero affetto. Alcuni per un motivo, concluse, altri per l’altro. Poco importava, la mattina dopo non avrebbe avuto lezione. Voleva soltanto dormire, per ore e ore. Alzò il bicchiere nella loro direzione. 

Mentre riempiva la pipa sentì il calore che iniziava a girargli nel corpo. Si distese sulla sedia e, fumando, ascoltò ad occhi chiusi una delle ragazze del luogo che si era messa a cantare, accompagnata dal fratello al violino. Dopo un paio di rondò fecero un inchino e passarono a raccogliere qualche moneta dai clienti della taverna. In quel momento Paul risentì il suo noto malessere riaffiorare. Aprì gli occhi di colpo, e si guardo intorno, provando a concentrarsi su altro prima che il dolore lo riprendesse, lo attanagliasse, lo inchiodasse ancora una volta, come ogni notte in quei due anni nelle prigioni di Mons. Ma era troppo tardi. Si sentì mancare il respiro, e uscì di fretta, incespicando sulla gamba del tavolo su cui lasciò qualche moneta senza contarle.