L’’esiliato

 


Aveva sognato l’Idra. Non quella illustrata nelle raccolte di storie dalla mitologia per bambini che gli leggeva suo padre, quella sconfitta dall’eroe forte e astuto. Nel sogno sapeva, come si sanno le cose nei sogni, che era l’Idra a inseguirlo. Ma era un essere del tutto diverso. Multiforme, aquatico, inafferrabile, incomprensibile e ignoto perché eternamente cangiante, inconsulto abominio che lo braccava nella selva, illogica creatura tanto piccola da potersi appostare in qualsiasi anfratto, dietro qualsiasi tronco, tanto grande da poterlo divorare in un sol boccone. Giocava con lui. Avrebbe potuto afferrarlo in un baleno, con una zampata, con un morso, avviluppandolo con le proprie spire e soffocandolo pian piano, ma attendeva, e digrignava nell’ombra mentre lo lasciava correre come un pazzo nella selva.
Non sapeva bene perché aveva aspettato ad aprire gli occhi, lasciando che quelle immagini e il sentore di quel sogno gli rimanessero addosso. Era un giorno stanco e grigio. La finestra era spalancata, come a sospingerlo ad uscire, ma il cielo plumbeo lo ricacciava sotto le coperte. La luce in bagno era accesa.
“Maria, sei lì?”
Sentì come un sussulto provenire da dentro. Era facile spaventare Maria, vittima preferita dei suoi scherzi “infantili e per niente divertenti”, a detta di lei. Sorrise.
“Maria?”
“Sì, sì. Siamo qui. Faccio i capelli alla bimba”.
Si ricordò che quel giorno sarebbe venuto il fotografo a scuola, e che sua figlia aveva insistito per farsi le trecce come la protagonista del suo cartone animato preferito. Aprì delicatamente la porta.
Maria si girò di scatto. Lo guardava con occhi spalancati, ancora un po’ scossa. Si era frapposta tra lui e la bambina, che da dietro lo salutò con un “ciao papà” e scuotendo la manina.
“Devi bere meno caffè. Spero ne sia rimasto un po’” disse lui sorridendo.
“Sì. Scusa, sì. La colazione è pronta” abbozzò un sorriso “dopo usa il bagno di sotto, che qui ne avremo per un po’.”
Mentre masticava un paio di fette biscottate scrutò fuori dalla finestra. Le mura della città, che intravedeva dalla finestra, a malapena si distinguevano dal cielo sopra. Erano di pietra massiccia, edificate secoli prima per proteggere la città dalla selva, l’inesplorata regione selvaggia tutto attorno. La stessa selva dove lui e i suoi concittadini non si avventuravano per alcun motivo, e dove aveva sognato di venire inseguito dall’Idra. Ripensò all’incubo. Si rese conto di non avere per nulla fame. Lasciò la seconda fetta a metà e buttò giù quel che restava del caffellatte tiepido.
“Sto uscendo. La accompagno io?”
“No, no. Passa mio padre” rispose lei dal piano di sopra, sempre con quella voce tesa e tremante.
“Sicura? Non mi allungo di molto.”
“Vai, vai, tranquillo.”
Si arrestò sull’uscio.
“Vengo su a vedere come sta.”
“No!” sempre più tesa. “No, non ho ancora finito. La vedrai stasera.”
“Va bene. Vado.” Attese qualche istante sulla porta, attendendo un saluto. Niente.  Pensò fra sé e sé che Maria doveva essere davvero impegnata con quei capelli. La bambina le dava tanto da fare. Chiudendo la porta, si ripromise di portarla fuori a cena una di quelle sere.
Per risparmiarsi il tedio di aspettare l’autobus, decise di fare due passi fino all’ufficio. Poteva permettersi qualche minuto di ritardo. Suo malgrado, non riuscì a seminare la sensazione di malessere che lo strano sogno gli aveva lasciato addosso. Anche le persone per la strada, pensò, sembravano diverse. Il barista del caffè della piazza non contraccambiò il suo cenno, e si chinò di scatto concentrandosi sulle tazzine da sgomberare. Forse non l’aveva visto. Il vicino, fuori col cane, si era spinto poco oltre, fino a un mugugno di saluto.
“Una notte strana, un giorno strano” pensò facendo spallucce. Concluse di star proiettando sugli altri le paranoie del propriosonno tormentato.
Non poteva immaginarsi che da lì a un’ora sarebbe stato licenziato, prima prova concreta del fatto che qualcosa non andasse davvero. Su due piedi, senza ragione alcuna. Il suo diretto superiore lo era mandato a chiamare, e dopo una breve, confusa spiegazione lo aveva invitato a raccogliere i suoi oggetti personali e a non presentarsi più. Lui, ascoltando straniato le buffe frasi di circostanza del manager, si era sentito prima di tutto sollevato. Poteva spiegarsi le strane reazioni dei colleghi al suo ingresso – sguardi di sottecchi, bisbigli, saluti impacciati. Ma il barista? Il vicino? Le due vecchie che, ora ne era certo, avevano cambiato lato del marciapiede al suo passaggio? Come sapevano tutti del licenziamento, e d’altra parte che razza di comportamento sarebbe stato verso un giovane padre in difficoltà? E Maria poi, Maria! Era nervosa, sì, e spesso agitata. Ma lo era stata fin troppo, quella mattina.
Il sollievo diede posto alla rabbia. Si erse in piedi e puntò il dito, minacciando di ricorrere ad azioni legali, ricordando di aver sempre lavorato con lena e dedizione, giurando d’esser pronto a ricattare l’azienda portandosi dietro tutti i propri fedeli clienti. Ma la sua arringa perse di vigore e impeto quando si accorse che il manager, arroccato all’altro lato della scrivania, era spaventato. Non intimorito dalle minacce, non titubante per gli appelli accorati. Era puro e semplice terrore quello che gli ghiacciava gli occhi, impallidiva il volto e serrava la bocca. In quel momento entrò il ragazzo della vigilanza, accompagnato dal portiere. Il loro gesto era eloquente. Lo invitavano ad uscire. Mentre chiudevano la porta dietro di lui, sentì il manager sussurrare qualcosa, qualcosa come “sai benissimo quello che hai fatto”.
Si voltò per chiedere spiegazioni, ma il portiere si era frapposto tra lui e la porta. Pensò a Maria, che quella mattina si era messa tra lui e la bambina. Quella era una cosa diversa, ragionò. Un caso. Maria si spaventava sempre, e sempre gli diceva di smetterla con quegli scherzi stupidi, stupidi e infantili. Raccolse le proprie cose in una scatola di cartone. Nessuna parola di commiato ai colleghi. Alcuni si ritrassero quando si voltò e li vide affollati alle finestre, mentre si allontanava. Non gli importava, non gli importava niente. Ora sarebbe andato a casa, avrebbe passato una bella giornata con Maria, sarebbero andati a cena e poi al cinema tutti e tre insieme.
Erano appena le undici ma la città sembrava deserta. I negozi chiusi, le serrande abbassate. Le porte ancora aperte venivano serrate a doppia mandata quando si avvicinava lui. Persino le porte della città, che chiuse lo erano da sempre, e non avevano padrone o guardiano, perché non venivano aperte ed erano state erette da chissà chi e chissà quanti secoli prima, sembravano quel giorno più imponenti e inscalfibili del solito. Era quasi buio, tra il cielo plumbeo, i lampioni e le insegne dei caffè spenti. “Persino i bar” fu il suo ultimo pensiero, prima di decidere che quella giornata fosse troppo assurda e non sarebbe valso prendersi la briga di spiegarla. Una bella dormita, una dormita vera, senza Idra e selva, e l’indomani sarebbe stato un giorno nuovo.
Lo stoico proposito di perdurare con tenacia e coraggio e resistere a quell’assurda situazione fu gettato all’aria quando incappò nell’edicola. Mentre le serrande venivano abbassate, intravide il proprio volto sulla prima pagina del quotidiano della città. Si scosse dallo sgomento e corse verso l’edicola, lasciando cadere le cose raccolte in ufficio, ma l’edicolante, ormai barricatosi dentro, fece orecchie da mercante e lo ignorò.
Stava perdendo le speranze. Aveva bisogno di Maria, di casa, di abbracciare sua figlia. Corse verso casa, con la gente che lo osservava da lontano, terrorizzata all’idea di incrociare il suo sguardo. Non gli importava più. Aveva visto che la scuola era chiusa – dovevano essere entrambe a casa. Affrettò il passo nel vialetto e infilò la chiave nella toppa. Non girò. Studiò il mazzo di chiavi sollevandolo alla luce fioca di quel sole pallido. Era quello giusto. Ritentò, invano. Passò un dito sulla serratura – era stata cambiata. Ma il numero civico era quello giusto. Il giardino, dove lui tagliava l’erba le domeniche di primavera e raccoglieva le foglie le domeniche d’autunno, era quello giusto. La veranda, dove Maria portava tè fresco agli ospiti prima delle cene d’estate, era quella giusta. La finestra era quella da dove lei lo salutava quando andava al lavoro. “Non quel mattino”, pensò.
Bussò con delicatezza. Provò a chiamarla. Il magone gli strinse la gola. Ripeteva il nome di Maria, lo ripeteva sempre più forte, e più lo ripeteva senza risposta più le lacrime gli salivano agli occhi e il nodo al petto si faceva pesante. Esausto e sconfitto si adagiòsulla porta, e chiuse gli occhi.
“Non può stare qui.”
L’ingiunzione dei due poliziotti lo destò dai suoi pensieri.
“È casa mia.”
“Signore, non può stare qui. Ci segua.”
Si lasciò accompagnare fuori dal cancello d’accesso al vialetto, ai cui lati i due si piazzarono a mo’ di guardia. Restarono muti e impassibili alla sua richiesta di spiegazioni, che del resto lui stesso, senza forze e allucinato da quella situazione assurda, aveva impetrato senza troppe speranze. Un giorno assurdo, assurdo, pensava guardando casa propria come un’isola lontana. D’improvviso le tende del salotto ebbero un tremito, ondeggiarono e apparve il viso di sua figlia. Fu un attimo, fu una fugace apparizione – Maria la trascinò via dalla finestra. Lui gridò il suo nome e corse verso casa, ma uno dei due energumeni lo sollevò di peso e lo lasciò cadere sul marciapiedi. Bocconi sul selciato, vide l’altro con la mano sulla fondina.
“Non può stare qui. Se ne vada.”
S’allontanò scuotendo la testa. Si sedette inebetito nel bel mezzo della piazza deserta, dove bevve alla fontana, s’intrufolò in un giardino per rubare qualche albicocca, perché nessuno gli rivolgeva la parola, nessuno gli apriva la porta, nessuno gli offriva un bicchier d’acqua o un tozzo di pane, desolata città di uomini sordi, sordi e meschini, mormorava guardando nel vuoto, stanco e sporco, dopo che anche la parrocchia gli aveva chiuso la porta davanti al muso, e il municipio, e i volontari dell’alloggio per i senzatetto, e si era rannicchiato su una panchina del parco in una coperta sudicia che aveva scovato tra due bidoni, quando ormai s’era fatto sera.
Dormì un sonno senza sogni, Nessuna Idra, nessuna selva. Aprendo gli occhi vide davanti a sé la porta della citta, e le sue mura inviolabili. Ma qualcosa non andava, qualcosa non tornava della loro prospettiva abituale. Non appena fu del tutto cosciente si rese conto di essere all’esterno della città. Lo avevano trascinato fuori mentre dormiva. Si lanciò contro la porta, massiccia e silenziosa, e ne scosse i battenti con calci e pugni per ore, invocando tra le lacrime Maria, sua figlia, ogni persona che avesse mai incontrato, gli amici e i conoscenti, i vivi e i morti. Quando finì le lacrime prese un respiro profondo e si voltò. Era solo. Davanti a lui, nient’altro che l’inestricabile selva.