I patriarchi

Il giorno in cui vide Tieste addentare con gusto la carne dei propri figli, Atreo comprese che qualsiasi vita lo aspettasse dopo la morte non sarebbe stata affatto felice. Prese a meditare passeggiando nel palazzo mentre ombre nere lo seguivano ovunque andasse. Se poteva ingannare un padre, pensò, e fargli mangiare la carne della sua carne, il sangue del suo sangue, non sarebbe stato così difficile ingannare la morte. Tornò nella sala da pranzo e osservò a lungo il fratello con le mani sudicie e la bocca colma. Poi lo fece scappare sussurrandogli la verità sul collo. La ruota aveva preso a girare, la morte di Atreo era alla fine di quel giro.
Da questo punto in poi il gioco del fato raccontatoci dalla storia degli Atridi si sposta su un infante, Egisto. Un oracolo, convocato dall’esiliato Tieste in cerca di vendetta, gli consigliò di avere un figlio dalla propria stessa figlia. Così nacque Egisto, figlio incestuoso di Tieste e della figlia di lui Pelopia. Alla povera fanciulla, tuttavia, poco importava dell’oracolo, e stanca di quella sua famiglia di incestuosi cannibali assassini provò a salvare il bambino abbandonandolo tra le colline prima di provare a salvare anche sé stessa, suicidandosi. Un pastore portò l’infante alla corte di Atreo. Seduto sul suo trono, il re contemplò il bambino che si avvicinava sempre di più portato in braccio dal pastore ed ebbe un tremito, come il sussulto di una bestia prima di un terremoto. Fu in quel momento che intuì che quel bambino sarebbe stato lo strumento della sua morte. La storia, come è stata tramandata, ci racconta che Atreo crebbe Egisto, che lo mandò a uccidere Tieste, che Tieste riconobbe Egisto per la spada che portava, unico lascito della madre, che Egisto non uccise il proprio vero padre ma, tornando a Micene, trafisse Atreo mentre compiva un sacrificio sulla scogliera. Così sarebbe andata e così doveva essere.
Tuttavia la verità, ignota ai più e ai libri, è che Atreo non si rassegnò. Ebbe una chiara visione di questo futuro e prese il pastore che aveva portato il bambino, gli promise ogni ricchezza, lo vestì dei propri paramenti e lo fece re, ricordandogli che il titolo stava nel nome, e che per chiunque glielo avrebbe chiesto, lui sarebbe stato Atreo, e che a chiunque avrebbe protestato non riconoscendo nel suo volto quello del re, lui doveva sventolare lo scettro solo il naso, perché una volta avuto il titolo quale sia il proprio nome o quali siano i propri connotati è cosa di poco conto. Allora Atreo abbandonò Micene, ridendo forte mentre si allontanava tra i campi, e da quel giorno in poi condusse una vita silenziosa e pacifica.
Un giorno si ritrovò a rimuginare: “Io mi credo furbo, e che io sia scampato a una morte è indubbio, che io non possa mai scappare alla Morte è parimenti certo, tanto quanto è certo che non potrò trovare alcuna consolazione negli Inferi”. Si sentiva mancare il respiro all’idea di veder scendere tutti gli altri, i figli e i figli dei propri figli, ad uno ad uno, e magari dover loro anche qualche maledetta spiegazione per tutti i loro accidenti. Così, quando giunse la sua ora, stette ben alla larga dal paese dei Cimmeri e vagò a lungo per il mondo, ombra tra i volti che impallidivano al suo invisibile, freddo passaggio.
Camminava senza una meta, dove lo portassero i venti o il malinconico odore di mare salato, perché i morti, più di tutti, sentono nostalgia del mare. Giunse nella Troade poco prima del rapimento e lesse con la sua sapienza da morto le intenzioni di Paride Alessandro. Tentò di dissuaderlo, ma i suoi sussurri non fecero che affrettare la partenza dell’impaurito principe. Atreo cercò di avvertire Priamo, sprofondandolo in un effluvio di tomba che lo perseguitò fino alla fine della guerra, e che egli attribuì erroneamente alla propria veneranda età. Quando le prime navi giunsero alle spiagge sotto le mura il patriarca scosse la testa abbattuto e maledisse la propria morta inutilità. Molti anni dopo, davanti al palazzo di Priamo, i due fratelli furono colti da uno strano sentimento di nostalgia e il loro sangue maledetto ribollì nero.
Atreo venne a noia della Grecia e del sentore di antico che impregnava ogni sua vallata e città. Lo esasperava poi la lingua che aveva e avrebbe predetto tante e tali sventure alla sua casata. Decise di fuggire in Persia. Laggiù si racconta che un giorno, lungo la strada per Susa, il patriarca vide un mercante di Samotracia bestemmiare per la ruota rotta del suo carro. Mosso da un odio improvviso e inconsulto Atreo si lanciò contro il pover’uomo, come un turbine di vento impetuoso, facendolo rotolare sbalordito e confuso per terra. Quel giorno il patriarca lasciò per sempre la Persia.
Pensando ormai di non aver comunque più nulla da perdere, attese a lungo presso le Colonne un passaggio per attraversare l’oceano. Una sola nave passò di là. I marinai cantavano canzoni di intrepidi naviganti e di traversate infinite tra isole lontane e stelle silenziose. Atreo i accostava a loro in silenzio, cercando di imitarli, versandosi nel ventre impalpabile vino mielato che gli dava quasi l’impressione di essere vivo. Amava in particolar modo la storia di un viaggiatore che divenne pirata per amore e che dopo aver traversato gli oceani per rincontrare la sua bella morì tra le sue braccia il giorno in cui la rivide. Quando Ulisse sedeva a prua guardando le stelle e pensando al passato stava in silenzio accanto a lui, sentendosi nel suo delirio da morto un suo vecchio amico, e stanco dei propri ricordi sbiaditi si univa a quelli dell’eroe e piangeva a lungo per Penelope, mentre una nera parte del suo cuore rabbrividiva al pensiero di questa commozione per una famigliola felice. Ma il morto ormai si era dimenticato di esser morto e del suo oscuro fato, e attribuì quel sentore fastidioso al rollio delle onde. Tutto sommato, in quel periodo Atreo avrebbe potuto credersi anche quasi felice.
La nave giunse presso la montagna e quando turbinò tre volte nei vortici e venne sollevata dalla rabbia antica delle onde e si schiantò sulle acque e ne venne sommersa, lui restò per molti giorni sulla distesa assolata, chiamando a uno a uno i nomi dei compagni addormentati sotto le onde. Nessuno tornò e il patriarca pianse a lungo. Poi si strinse una fune alla vita e legò l’altro capo alla nave, continuò a camminare sull’oceano portandosela dietro. Dopo poco si perse, per la totale assenza di punti di riferimento, nell’oceano e nel tempo.
Vide il brigantino di Sir Francis Drake col suo carico di coccodrilli impagliati, cacciati a colpi di cannone, vide una corazzata americana alla fonda in un porticciolo di banani e orchidee, vide un tenebroso transatlantico scomparire tra i ghiacci nella notte senza stelle. Infine toccò terrà. Dopo qualche ora nelle pianure orientali, si dimenticò della nave e l’abbandonò, tra le felci e le palme. Trovò l’ambiente della palude grande quasi piacevole e lì riposò per qualche anno, poi riprese ad attraversare le pianure e dopo la giungla, sconvolgendosi al suono dei pappagallini e rincorrendo come un bambino i giaguari spaventati dal suo respiro di morte.
Nel frattempo, era scoppiata la guerra. Quando le pallottole di una mitragliatrice lo attraversarono distratte, dirette a un fruscio tra gli aranci selvatici, si ricordò delle battaglie, degli eroi, dei suoi figli e di tutti gli altri, e provò una malinconia incolmabile, e vagabondò senza meta per la sierra, cercando una strada per ritornare all’oceano e a quel che restava della sua Grecia. Si lasciò guidare senza saperlo da un sentore di fato che lo inseguiva mescolandosi al profumo delle begonie e dell’eliconia. Giunse a un villaggio, camminò stranito tra le vie affiancate dai mandorli e trovò, infine, nel patio polveroso di un’antica magione un albero, e seduto a quell’albero un vecchio dalla folta barba bianca.
Atreo e l’altro patriarca si guardarono a lungo. L’allucinato vegliardo fissava quel fantasma, i suoi denti bianchi, le sue occhiaie nere e lunghe, la mano rossa d’un sangue che tutta l’acqua degli oceani non aveva saputo lavare. Atreo aveva raggiunto una nuova consapevolezza, e sapeva a cosa andasse incontro l’altro, per aver visto e vissuto la stessa scena molte volte in quei secoli di fuga. Provò a scuoterlo e a risollevarlo dal torpore. Tentativo vano, e ancora una volta sedette maledicendo le proprie ossa, le proprie stanche ossa affrante, le proprie inutili, bianche ossa. Ancora una volta fu sconfitto e non accettò, fu piegato e non chinò il capo, fu colpevole ma non si rimise a un giudizio più grande della propria ottusa volontà. Lanciò un’altra occhiata al vecchio patriarca dell’altra parte dell’oceano e il disgusto di quello specchio lo fece rabbrividire. Qualcosa eppure lo teneva lì, lo spingeva a non partire nuovamente, come una sottile catena invisibile tra il grande Atreo e il vecchio pazzo del castagno.
Portò una scacchiera di alabastro e i due patriarchi giocarono a lungo, in silenzio. Il vecchio muoveva i pezzi con una lucidità incredibile per la sua follia e Atreo faticò a batterlo, pur avendo nei suoi viaggi giocato a lungo col Conte di Urgel e, in segreto, con lo stesso Pietro Damiani, al tempo in cui il cardinale cercava il Diavolo senza accorgersi d’avercelo davanti agli occhi. Nel giorno in cui finalmente la propria mano si allungò a muovere il pezzo vincente, Atreo s’accorse del sangue che la mondava. Lasciò cadere la torre e contemplò il suo palmo rosso, rosso d’un sangue ancora pulsante e vivo e vero dopo secoli. Comprese che era giunto il tempo del suo ritorno, e di non avere colpe. Perché anche l’altro patriarca aveva ucciso, e avevano dovuto farlo perché ogni inizio è una morte, ogni fine una nascita, e nulla che perduri si fonda senza sacrifici, e l’unico vero crimine, il rosso che baluginava sulle sue mani, era stato non accettare il proprio ruolo nella ruota delle cose.
Atreo si incamminò lentamente verso casa, mentre il fantasma tornava uomo, la carne e la pelle tornavano a coprirgli le ossa, la luce tornava nei suoi occhi, il colore nelle gote e il sangue, finalmente, a ribollirgli nelle vene. Raccolse una bianca tunica portata dalle onde salate e la indossò. Lo sguardo nel riflesso dell’acqua si riconobbe fiero, per la prima volta dopo secoli. Scese per la cavea del teatro mentre i suoi concittadini iniziavano ad affollarla e i membri del coro seduti nell’orchestra chiacchieravano e scaldavano la voce. Risalì le scale che portavano al proscenio mentre la luce del sole dietro aumentava e si rifletteva sulle colonne davanti e da lì tutto intorno, e tutto attorno era null’altro che bianca luce accecante e dopo un ultimo, grande respiro Atreo indosso la maschera, si voltò e guardò fisso nello splendore del sole prima di chiudere gli occhi e attendere, in silenzio, l’inizio della tragedia.