Edera – prima parte

Dorran sbadigliò e si alzò. Lo guardammo uscire, poi ci rigirammo ad ascoltare.
“Dicevo, lungo il sentiero che porta al mulino, quello costeggiato dalla parte del bosco da un muricciolo pieno di muschio. Fu lì che li vidi.”
Dorran non era mai stato tipo da stramberie.
“Vi dico che li ho visti! Nella luce della luna confabulavano lentamente, con la loro voce possente, una voce di quiete.”
Certo, era difficile credere a Carausio.
“Giganti, vi dico.”

Dorran ci confessò, tempo dopo, che ascoltare Carausio gli provocava un fastidio quasi fisico e che avrebbe preferito fidarsi di una strega che di quel “brigante arricchito dagli occhi di porco”. Carausio era giunto due anni prima da una città del Sud. Terzo figlio maschio di un facoltoso mercante della Capitale, era stato spedito – Dorran supponeva per inettitudine nel gestire gli affari di famiglia – a cercare nuove possibili tratte per le merci del padre nella valle dell’Habron. Si era stabilito nel paese, come campo base da cui raggiungere gli altri villaggi della zona. Dopo due mesi e qualche breve spedizione nei dintorni, si era fatto costruire una casa in legno di abete rosso, con un piccolo giardino dove aveva fatto scavare un pozzo e dove teneva vari tipi di fiori sgargianti, e aveva fatto arrivare mogli e figli dal Sud.
Non m’ingannava. L’avevo seguito nelle sue brevi avventure commerciali, ed erano più gite in mezzo al bosco che altro, perché nessuno nei villaggi vicini gli aveva mai comprato niente. La sua residenza, acquistata per ostentare ricchezza e di riflesso la propria bravura di mercante, se l’era permessa con i soldi del padre. Dorran serrava i denti ogni volta che ci passava davanti.

Carausio diceva di aver visto i giganti, e che questi gli avevano parlato e l’avevano sollevato e gli avevano promesso un mucchio d’oro oro se fosse riuscito a rispondere a un indovinello. Si era tappato la bocca per paura che in caso di risposta sbagliata lo mangiassero. Lo avevano appoggiato per terra e lui era scappato via.
Non rivelò a nessuno quale fosse la domanda. Considerava quel mucchio d’oro già suo. Preparò il suo carro e partì verso la capitale. Io lo seguii fino alle possenti mura della città. Immagino abbia trovato la risposta là. Un giorno ritornò e si mise, ogni notte che fosse illuminata dalla luna nuova, a percorrere a passi lenti la strada dal villaggio al mulino. La cosa andò avanti per qualche mese, senza alcun successo. Carausio era passato dall’eccitazione iniziale a una certa percepibile rassegnazione, anche se continuava a sorridere.
Padre Lullid scuoteva la testa. Dorran, ogni volta che Carausio attaccava con la sua storia, usciva indispettito dalla taverna.
Una domenica Padre Lullid fece dei giganti il tema della propria omelia. Disse che i giganti sono, secondo la Genesi, i famosi eroi dell’antichità, figli di angeli e di donne mortali. In Numeri riappaiono, spaventando gli esuli di Mosè e Aronne. Non è chiaro, riconosceva, che cosa ne avesse causato la corruzione. Quel che è certo, ammoniva, è che non c’è da fidarsi.

Carausio si chiedeva perché l’unione di angeli e uomini avrebbe dovuto creare una stirpe improba e corrotta. I guerrieri e le creazioni, a immagine e somiglianza, di un dio giusto avrebbero dovuto dar vita a una progenie nobile, santa, virtuosa. Il Padre ribatteva che il loro Dio ha imposto sciagura per chi avvicinasse il cielo alla terra, i venti celesti alla carne umana, e che quell’alterazione rimarca la distanza che deve mantenere l’uomo dal divino se non vuole attirare su di sé pena e sciagura. Io gli ascoltavo, in silenzio, senza capirli davvero. Perché tante parole per complicare la cosa più semplice del mondo?
Una sera Dorran andò incontro a Carausio che passeggiava lungo il muricciolo aspettando i suoi giganti. Io l’avevo seguito nascosto dalla notte e dall’ombra dei cespugli. Gli sussurrò qualcosa puntandolo col dito. Sentii Dorran intimare Carausio di desistere, e che gli dava dell’idiota, del mentecatto arricchito che si arrogava il diritto di canzonare le tradizioni e le leggende della terra dei suoi padri, che avevano strappato con battaglie e sacrifici e duro lavoro ai boschi e alle creature della notte che là vivevano, e che, anche se non avesse alcun interesse nel passato degli altri, doveva averlo almeno nel proprio, perché doveva essere una lettura tutta sbagliato del suo Libro a portare a quell’estenuante ricerca della ricchezza.