La politica e la guerra

Se passiamo dalla polemica sulle autorimesse della Camera ai grandi temi della guerra e della pace la politica si alza e i nani non ci arrivano. E’ evidente che l’accelerazione di un intervento Usa o della Nato in Siria, alla luce di prove che Macron definisce sicure sull’uso di armi chimiche da parte del dittatore Assad, apre le porte a un tema che sembrava estraneo alla nostra agenda elettorale e post elettorale. Quando si alzano venti di guerra, o meglio di interventi militari che in qualche modo ci coinvolgono perché la guerra in Siria c’e da anni, si ha la sensazione di ritornare a parlare di questioni politiche di primo piano che attengono alla collocazione internazionale dell’Italia, alla sua autonomia di giudizio che può riferirsi ad un tempo alla partecipazione diretta del nostro paese, come pare intendano fare francesi e inglesi, ma non i tedeschi, ma anche alla possibilità di usare o negare le basi militari che l’Italia ospita. 

Tutto questo nell’ambito di una comune visione del mondo che dovrebbe unire le coalizioni di governo di oggi e di domani. Parto da una premessa. Come personalmente sono stato dell’idea che combattere contro lo stato islamico fosse necessario e che la sottrazione di un territorio a uno stato terroristico fosse giusta e indispensabile, opzione che certo non avrebbe eliminato il terrorismo, ma ne avrebbe reciso i fili da una unica regia e troncato larga parte dei finanziamenti, così resto perplesso e anche piuttosto frastornato dagli obiettivi di un intervento militare Usa oggi in Siria. La conquista del territorio terrorista é avvenuta grazie all’eroismo dei curdi, all’appoggio degli hezbollah iraniani e degli eserciti regolari iracheno e siriano. Ma difficilmente si sarebbe ottenuto, e in tempi rapidi, senza l’appoggio aereo degli americani.

Oggi la Turchia, col beffardo nome di Ramoscello d’Ulivo, ha scatenato una nuova offensiva contro i curdi nella completa indifferenza degli Usa e dell’Occidente e in Siria continua una guerra cruenta e tremenda tra il governo di Assad, appoggiato dai russi, dagli iraniani e dai turchi, per motivi diversi, e la guerriglia divisa in segmenti e in aperto e sanguinoso conflitto anche tra gruppi che ne fanno parte. A cosa porterebbe un ulteriore immersione di parte in quel martoriato paese? Se Assad usa ordigni chimici, e la cosa é ovviamente negata dal suo governo e dai suoi alleati, gli Usa e la Nato conoscono da tempo dove sono posizionati i suoi arsenali. Perché non li hanno gia bombardati e distrutti? Solo a questo si ridurrebbe l’intervento reclamato? Si potrebbe fare in un’ora.

Se si ipotizza un vero intervento militare, sul tipo di quell effettuati in Libia e, prima ancora, addirittura con forze di terra, in Iraq, allora gli Usa innanzitutto dovrebbero preoccuparsi delle conseguenze. Quelle della Libia e dell’Iraq sono state oltremodo negative. Il governo in carica, ma l’Italia é priva da tempo di un’autorevole politica internazionale, ha scelto la comoda e un po’ ipocrita decisione di non partecipare ma di consentire concedendo le basi, che assomiglia al vecchio detto di Costantino Lazzari al tempo della prima guerra mondiale: “Né aderire, né sabotare”. La verità é che di fronte a questi eventi si deve o partecipare direttamente o non partecipare in alcun modo. E se non si è d’accordo, come fece Craxi nel 1986 quando Reagan decise di bombardare Tripoli e Bengasi, le basi vanno negate.

L’importante in queste questioni é assumere posizioni chiare e convincenti. Gli egoismi e i tatticismi producono solo ambiguitá contestabili sia da chi condivide sia da chi dissente. Un futuro governo Cinque stelle-Lega non so dove ci porterà. Sull’Europa si parte dall’euroscetticismo e da pronunciamenti muscolari che fan ridere, di fronte al conflitto Usa-Russia Salvini si propone come amico di Putin, mentre Di Battista ha pronunciato parole di comprensione addirittura nei confronti dei tagliagola dell’Isis. Il presidente Mattarella ha il dovere di accertarsi su quale politica estera voglia fare un eventuale governo Di Maio-Salvini. L’accordo sugli scontrini deve cedere il passo a quello sugli scontri internazionali. Lo capiranno?