Lavoro, una barca rotta in mezzo alla tempesta

Vorrei cercare di uscire dalla stucchevole retorica delle persone immiserite da una parte e dall’altra di chi, per grazia ricevuta, è diventato sempre più ricco. Oltretutto, parlare di questo argomento è un allenamento dialettico che non trova soluzioni, neanche con una rivoluzione novecentesca!

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Quello che invece lascia perplessi è la condizione di povertà che riguarda quei cittadini che sono da considerare “nuovi poveri”, nonostante il lavoro. Stiamo parlando di gente che guadagna 400/600 euro al mese con un impiego precario, lavorando 10 ore al giorno. È questo il nodo irrisolto della politica o se volete, il fallimento della politica. I governi tecnici non hanno fatto altro che peggiorare la situazione, quando è stata affidata loro la possibilità di guidare Palazzo Chigi. Lo sconforto è che non ci sono stregonerie per rimediare ad una situazione diventata statica.

Se pensiamo al prossimo futuro il quadro sarà destinato a diventare ancora più grave; infatti, sono molte le persone che hanno in casa un anziano che percepisce una pensione con cui aiuta l’intera famiglia. Gli anziani, si sa, sono tali perché non vivono in eterno, così come non è eterna la loro pensione. Sarà allora che esploderà come un uragano quella rivolta sociale che era stata relegata nei libri di storia; non per cattiveria, rivalsa o rabbia contro qualcuno, ma necessaria per sfasciare tutto e ricostruire tutto.

Con molta serenità, vi pregherei di riflettere sul fatto che la povertà di ultima generazione è conseguente alla crisi della classe operaia e del ceto medio del Paese impoveriti da una serie di fattori concomitanti, che hanno provocato la tempesta perfetta: il prosciugamento, per varie cause, dei risparmi, la famigerata crisi che ha giustificato ogni sopruso contro i lavoratori, il fallimento di un terzo delle piccole aziende, una sanità pubblica sempre più costosa e infine il costo della vita aumentata a dismisura e impossibile da sostenere se si svolge un lavoro precario retribuito appena un terzo rispetto a ieri.

Ecco, questi fattori coincidenti hanno portato milioni di persone ad una povertà ormai diventata endemica. Cosa fare, allora? Ritengo che se non viene ristabilito un clima di fiducia la missione sia impossibile. Abbiamo fatto di tutto perché quella parte di cittadini più fortunati tirassero i remi in barca e non cooperassero più per il timore di essere massacrati: la ferita della guardia di Finanza sulle nevi di Cortina d’Ampezzo, nel gennaio 2012, è ancora fresca e ha accelerato l’arrivo di quelle correnti che hanno provocato la tempesta perfetta. Il Governo, da parte sua, chiunque lo guidi, non può fare nulla se non peggiorare la situazione con aiuti pro tempore che danno un po’ di ossigeno ma non salvano la vita.

Da sprovveduto, credo che lo Stato debba intervenire con poderosi interventi pubblici per realizzare quelle infrastrutture necessarie per ammodernare il Paese e offrire ai cittadini una nuova speranza. Urge quanto prima porre rimedio a una situazione economica, lavorativa e previdenziale disastrata, ripristinando i tanto dimenticati “diritti sociali”. Si tratta né più, né meno che provare a riparare una barca rotta in mezzo al mare in tempesta.