• domenica , 19 novembre 2017

Dove tutto ebbe inizio, Calvi e il Banco Ambrosiano

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©DecretoSalvaAzionisti 

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Roberto Calvi entra nel Banco Ambrosiano come semplice impiegato e ne esce da morto, dopo una carriera da faccendiere che gli valse addirittura il titolo altisonante di “Banchiere di Dio”. A poco a poco, inizia la sua scalata tra i consigli di amministrazione di diverse controllate estere del Banco. Cominciano anche i rapporti con lo IOR, la banca vaticana.

Divenuto a metà degli anni Settanta direttore, lancia il Banco Ambrosiano come un razzo nell’Olimpo della grande finanza internazionale. Come? Grazie all’appoggio dell’amico-socio in affari Michele Sindona che lo introduce all’interno della Loggia P2. Tra gli amichetti di Calvi non ci sono solo massoni dal cappuccio nero, personcine gentili e distinte del calibro di Licio Gelli, il quale proprio in quegli anni intrattiene rapporti con la mafia corleonese, con la finanza internazionale e dà una mano a chi mette le bombe nelle piazze e nelle stazioni.

Tra i “compagni di merende” del banchiere ci sono mafiosi, esponenti dei servizi segreti italiani e internazionali: in particolare quelli latino-americani, impegnati a contrastare con ogni mezzo possibile “l’ideologia filomarxista” (come ebbe modo di scrivere Calvi in una lettera a Papa Giovanni Paolo II poco prima di morire e venuta alla luce solo parecchi anni dopo).

Siamo a metà degli anni Settanta. E’ dal golpe cileno, infatti, che la CIA non perde occasione per destabilizzare qualsiasi forma di socialismo democraticamente eletto. Dall’altro lato, la Chiesa cattolica, con l’elezione di un Papa polacco nel ’78, comincia a lavorare operativamente per quella che sembrava essere l’imminente caduta dei regimi comunisti. Interessi della finanza internazionale in America Latina e interessi della finanza vaticana si intrecciano. E Calvi è il fil rouge di questi due mondi.

Tra gli anni Settanta e i ruggenti anni Ottanta, cominciano le prime disavventure delle banche Venete. No, non ci riferiamo a Veneto banca e a Banca Popolare di Vicenza, ma alla Banca Cattolica del Veneto e a Credito Varesino, due controllate del Banco Ambrosiano che cominciano a finanziare ingentemente l’Università Bocconi. Chi c’è nel nel Consiglio di amministrazione della Bocconi? Roberto Calvi! Qualcuno comincia a nutrire dei dubbi sulla legalità di questi finanziamenti, ma a parte qualche radicale che propone interrogazioni parlamentari sulla vicenda, nel Belpaese, come sempre, regna il silenzio.

E grazie al silenzio, Calvi nel frattempo agisce indisturbato creando società fantasma in Svizzera e in altri paradisi fiscali e utilizzando le stesse per intercedere con lo IOR, la banca vaticana. Affinché continui a regnare il silenzio, Calvi escogita un meccanismo di compensazione dei conti tra le diverse istituzioni bancarie. Cominciano, quindi, i finanziamenti a diversi Paesi latinoamericani e ad associazioni cattoliche dell’Europa comunista. Gli ispettori della Banca d’Italia, allora, cominciano a insospettirsi; denunciano diverse irregolarità e le inviano al magistrato Emilio Alessandrini. Poiché però siamo nell’Italia della fine degli anni Settanta e si spara un po’ a casaccio, è proprio Alessandrini – ma guarda un po’ il caso – a morire qualche tempo dopo per mano di un commando di Prima linea. E sempre guarda il caso, l’allora governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il vice direttore generale Mario Sarcinelli, artefici delle ispezioni, si trovano sotto accusa per alcune irregolarità. Sbattuti agli arresti domiciliari, saranno prosciolti “perché il fatto non sussiste” solo nell’83, dopo la morte di Calvi.

Il silenzio però si rompe nel 1981, allorquando scoppia lo “scandalo P2” e, connesso a questo, quello del Banco Ambrosiano. Calvi disperato cerca protezione dal Vaticano e dallo IOR, ma non aveva fatto i conti con lo sport di cui gli italiani vantano un primato olimpionico: l’affondamento della testa nella sabbia, come gli struzzi. Viene quindi arrestato per reati valutari, processato e condannato.

Rilasciato in libertà provvisoria in attesa dell’appello, torna a presiedere il Banco Ambrosiano e nel tentativo estremo di salvare i conti, stringe legami con “Il sardo” Flavio Carboni, altro bravo ragazzo legato a Licio Gelli, al boss mafioso Pippo Calò e alla banda della Magliana. E sarà proprio grazie a Carboni che Calvi riesce a intravedere la luce in fondo al tunnel. Carboni lo aiuta nel riciclaggio del denaro sporco; intercede con la banda della Magliana che attenta la vita del vicepresidente del Banco Rosone, perché non è più disposto a concedere prestiti senza garanzie allo stesso Carboni; infine, aiuta Calvi a fuggire all’estero.

Il 16 Giugno dell’82 Carboni parte da Amsterdam per raggiungere Calvi latitante a Londra. Due giorni dopo, un impiegato delle poste della Royal Mail londinese trova Calvi impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri del Tamigi. Ha le mani legate dietro la schiena e, nelle tasche, accanto a un passaporto falso, vengono ritrovati 15000 dollari e un foglietto con alcuni nominativi di industriali, pidduisti (tra cui spicca il nome del dirigente BNL Ferrari), e politici, come il democristiano Aggradi e il Ministro delle finanze Rino Formica. Seguono altri suicidi eccellenti, come quello della segretaria di Calvi, Graziella Corrocher, che si lancia dal quarto piano della sede del Banco Ambrosiano.

Il “suicidio” di Calvi e l’omicidio per avvelenamento di Sindona chiudono definitivamente un pezzo importante della storia bancaria italiana: quella dei misteri e degli scandali. Di lì a poco, la caduta del muro e del regime sovietico, la normalizzazione della Mafia internazionale e il crollo della Prima Repubblica avrebbero ceduto il passo a una nuova stagione, caratterizzata dal rampantismo di una nuova generazione di banchieri.

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