• mercoledì , 17 gennaio 2018

Dall’unità d’Italia a due Italie

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La nascita della Repubblica Italiana avvenne a seguito del referendum istituzionale che nel Giugno del 1946 vide sconfitti i cittadini favorevoli alla monarchia; le donne, che votavano per la prima volta, superarono gli uomini nella partecipazione. Pacificato il Paese, i Padri Costituenti misero al primo punto il lavoro e all’Art. 47 la tutela del risparmio; quella combinazione la quale ha dato vita al credito e allo sviluppo del Paese, che ha risalito le posizioni fino a diventare la sesta potenza industriale del mondo e il secondo popolo di risparmiatori dopo il Giappone.

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La giovane Nazione, unificata appena ottant’anni prima, si appropriò finalmente di quello spirito intraprendente che le permise di conquistare il benessere e accumulare ricchezza fino a sconfiggere la povertà. Appena 150anni dopo l’Unita d’Italia, tutto sembra vanificato; il Paese unito con il sangue dei nostri bisnonni torna a dividersi per ora in due, e poi si vedrà! L’esigua minoranza dei benestanti italiani non è certo d’accordo con questa tesi, ma i 4.800.000 morti di fame certificati dall’ISTAT e i 12milioni prossimi alla povertà (ce lo racconta sempre l’ISTAT) la pensano in maniera diametralmente opposta: l’Italia è drammaticamente divisa in due!

Questa volta non ci sono le camice rosse dei garibaldini e le camice nere del fascismo, le prime per unire il Paese e le seconde per dividerlo, ma una ricchezza ostentata e smodata da una parte, e la categoria dei morti di fame dall’altra – categoria che pensavamo archiviata ormai da anni.

Il confronto questa volta non è con le baionette, ma con l’odio e il disprezzo. L’odio da parte dei poveracci che guardano con rabbia i benestanti, e il disprezzo da parte dei nuovi ricchi che arricciano il naso agli odori di chi non fa la doccia tutti i giorni perché non ha di che comprare il sapone. Questi scontri non si fermano con la mediazione, con l’uso della ragione e del buon senso, sono risse di quartiere che finiscono nella rivoluzione che si placa quando vede scorrere il sangue sulle strade.

Ora tornare sulle banche è anche imbarazzante, ma se in un momento di crisi dei cittadini molte di esse non si fossero rubate i risparmi e spartito il bottino con quei signori diventati improvvisamente ricchi, forse la situazione si sarebbe potuta rimediare e, sempre le banche, se non avessero revocato i fidi e preteso dai clienti l’immediato rientro da essi, forse il 35% delle piccole imprese non avrebbe chiuso e non ci sarebbero stati così tanti fallimenti e disoccupati.

Questa non è retorica, ma sono fatti. Le rivoluzioni non si presentano mai con la stessa faccia, ma si somigliano nei numeri; vuoi che in una ipotetica Rivoluzione le 20mila teste dei nobili francesi ghigliottinate, questa volta possano essere sostituite da quelle dei banchieri?!

La gente è incazzata, e 18milioni di cittadini prossimi alla povertà sono un potenziale deflagrante spaventoso: possibile che la politica continui a promettere ciò che non può mantenere continuando a giocare con le parole, e non cerchi di arginare un fenomeno che sta sfuggendo di mano?

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