• mercoledì , 13 dicembre 2017

2005/2011 la Bankitalia di Mario Draghi

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPin on PinterestEmail this to someone

 

Abbiamo raccontato tre storie di malafinanza (esiste la malavita, la malasanità, perché non cominciare a parlare anche di “malafinanza”?). Tre storie con un lo stesso fil rouge: Bankitalia tra scandali, imbrogli, crack e scalate illecite; Bankitalia qualche volta protagonista attiva (vedi la gestione di Fazio), più spesso come spettatrice passiva, ma ugualmente e a ragione pregiudizievolmente coinvolta.

ascolta

 

Potevamo dimenticarci della Bankitalia di Draghi? Anche noi del Journal commettiamo qualche cavolata ogni tanto, ma vediamo di rimediare all’istante.
Innanzitutto, non si può fare a meno di esprimere un plauso per la gestione della BCE da parte di Draghi: se oggi l’Europa si ritrova un po’ meno sotto la bandiera dell’austherity, nonostante fiscal compact e Trattato di Maastricht, lo dobbiamo anche a Draghi che ha messo un freno ai tentativi di espansione “coloniale” e dominante della Germania.

Ma Draghi non è sempre stato l’eroe salvatore degli stati del Sud che i giornali italiani e stranieri dipingono. Anzi, tutt’altro.
La nostra storia comincia nel marzo 2007 a Padova. Il dott. Minnella, zelante direttore della Filiale 221 della Banca d’Italia, telefona ai suoi capi a Roma. Si accinge così a comunicare il risultato della perizia da lui svolta.

Il rapporto dell’ispezione era inequivocabile: Banca Antonveneta era ormai un fantasma, un cadavere che restava inspiegabilmente in piedi, chissà ancora per quanto però. Che fine aveva fatto quel rapporto non ci è dato saperlo. Forse “riposava” in qualche cassetto di Palazzo Koch a via Nazionale, prima che l’archeologo… ehm, scusate l’avvocato Paolo Emilio Falaschi, legale degli azionisti “bidonati” del Monte lo riportasse alla luce, come un reperto fossile proprio in questi giorni.

Forse non è neppure mai stato consultato o visionato. Fatto sta che a novembre di quello stesso anno il Monte dei Paschi di Siena acquista quel “cadavere” per ben 9 miliardi (che poi diventano addirittura 17), scelta che si rivela dopo pochi mesi disastrosa per il Monte e per l’intero sistema bancario. Ed è proprio Mario Draghi a benedire nel marzo 2008 l’ingresso definitivo del gruppo Monte dei Paschi in Antonveneta.

Eppure, ci risulta difficile pensare che Mister Draghi non fosse stato a conoscenza di quel documento, pervenuto a via Nazionale con tanto di protocollo. Bankitalia era quindi al corrente della situazione. Come, del resto, era al corrente anche del prestito di quasi 9 miliardi che la stessa Antoveneta aveva ricevuto dagli olandesi di Abn Amro, i quali non tardarono, una volta scoppiato lo scandalo, ad esigerne la restituzione.

Ne erano a conoscenza sicuramente, oltre a Draghi, il direttore generale Saccomani (poi ministro dell’Economia) e la responsabile della Vigilanza Anna Maria Tarantola (poi presidente della Rai). Ma siamo pure sempre in Italia, e si sa: se hai un posto dirigenziale e fai una bestialità, hai la carriera assicurata ai vertici di aziende o delle cariche di Stato; se stai zitto e omertoso, hai un successo ancora più assicurato!

Cosa sono le polemiche attuali che coinvolgono Visco e la Vigilanza di Bankitalia a confronto di precedenti così “nobilitanti”? Oggi Casini, il quale presiede la Commissione parlamentare, ha intenzione di convocare gli ex vertici di Mps Profumo e Mussari che, poverini, dopo il disastro bancario, sono divenuti rispettivamente amministratore delegato di Leonardo e Presidente dell’associazione bancaria italiana fino al 2013. Sì, proprio Pier Ferdinando Casini, che casualmente si è sposato a Siena con Azzurra Caltagirone, figlia del grande “palazzinaro” nonché amico stretto dell’ex Presidente ABI e della Banca MPS – Mussari.

Assieme all’ex direttore generale Antonio Vigni, Mussari è indagato per reati gravi come manipolazione dei mercati attraverso false comunicazioni (aggiotaggio) e ostacolo all’attività di vigilanza. Nel novembre 2007, secondo gli inquirenti, Mussari “comunicava, al di fuori del normale esercizio della professione” la notizia dell’acquisto di Antonveneta all’allora sindaco di Siena Maurizio Cenni e all’allora presidente della Provincia Fabio Ceccherini.

Si da il caso che erano proprio Comune e Provincia a nominare i vertici della Fondazione Mps, principale azionista di controllo della banca, nonché diretta precedentemente da Mussari stesso. Lo stesso Mussari comunicava le stesse informazioni riservate (reato di insider trading) a Bombieri, un banchiere dell’americana di JP Morgan. Ma reati quali “Falso” e “manipolazione del mercato” per il reperimento delle risorse finalizzate all’acquisizione di Antonveneta sono per Mussari una passeggiata di salute.

Perché per gli inquirenti Mussari, in concorso con Vigni e Baldassarri, sarebbe responsabile dell’occultamento con mezzi fraudolenti del contratto “mandate agreement” stipulato a luglio 2009 tra Nomura e Mps sul derivato Alexandria. Questo contratto è stato rinvenuto nella cassaforte di Mps, anche in questo caso non da archeologi, bensì dai nuovi dirigenti di Mps tre anni dopo la stipulazione.

Sull’ex Presidente di Mps Profumo (che ricoprì la carica dal 2012 al 2015), invece, pende un’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza, mentre il Gip Cristofano ha già disposto per lui e per Fabrizio Viola, ex amministratore delegato di Mps, l’imputazione coattiva per aggiotaggio.
Le cause del dissesto di Mps, secondo la Procura, non sono da rintracciare nella crisi internazionale dei mercati finanziari, bensì nella cattiva gestione della banca, in particolar modo per l’acquisto a prezzi spropositati di quel cadavere che era Antonveneta e per una cattiva gestione dei crediti deteriorati che hanno cercato poi disperatamente di svendere a prezzi stracciati.

Dunque, si diceva: a novembre del 2007 Mps Acquista Antonveneta, senza premurarsi di analizzare le condizioni di salute di quel “cadavere”, né di introdurre clausole per un’eventuale ridiscussione del prezzo.
Sull’acquisizione di Antonveneta gli inquirenti hanno aperto grandi armadi pieni di scheletri. Si diceva dei 9 miliardi e rotti sborsati da Mps per l’acquisto, ma a questi vanno aggiunti ulteriori 8 miliardi per dotare Antonveneta di liquidità al fine di portare avanti la normale operatività. E gli inquirenti che hanno accertato pagamenti “anomali”, realizzati dalla banca o da intermediari si chiedono: e se, dietro questi, si celassero mazzette?

Ciò che è certo è che i derivati sottoscritti con le banche Nomura e Deutsche Bank servivano per abbellire i bilanci e nascondere il dissesto causato dall’acquisizione di Antonveneta. Su questo fronte, l’indagato è Baldassari, il capo della “banda del 5 percento” (ma un tempo le bande non erano fatte da banditi? O meglio, forse è così anche oggi, solo che i banditi contemporanei non rapinano più le banche, ma le acquistano e poi manomettono i conti).

Ebbene questa banda, capitanata da Baldassari e composta da esperti di finanza internazionale, per oltre dieci anni avrebbero sfruttato triangolazioni con finanziare italiane e straniere per fare “la cresta” sulle operazioni di Mps, mettendosi in tasca il bottino. Poi c’è il caso dei derivati rischiosissimi “Alexandria” e “Santorini”. I derivati hanno la funzione di spostare il rischio che si assume sull’andamento di un indice di borsa, di un’azione o di un titolo di debito pubblico o privato su soggetti terzi che se ne farebbero carico.

Ma in questo caso, i derivati “Alexandria” e “Santorini” sono serviti per coprire le perdite nette in bilancio di Mps, spostandole su esercizi futuri. Anche in questo caso questi “giochi di prestigio” sulla pelle degli azionisti sono sfuggiti ai controlli di Bankitalia. Ancora un’altra svista dei controllori?
La sensazione è che, giorno dopo giorno, le indagini rivelano nuovi elementi che aggravano la situazione. Come il bandolo di una matassa che non smette di crescere sembrerebbe che questa vicenda, fatta di connivenze politiche-affaristiche, manipolazione delle informazioni, vigilanza ostacolata o deliberatamente non svolta e quant’altro, sia destinata a rivelare ulteriori particolari che estendono il coinvolgimento di attori e istituzioni.

Che dietro questa fitta trama non ci siano responsabilità evidenti della Banca d’Italia di Draghi, al cui confronto Visco potrebbe essere un docile agnellino? Che forse più che un vizio degli ultimi tempi, la svista dei controllori di Bankitalia non sia un elemento ricorrente in certi casi, ovvero in vicende di mala-finanza? Chissà se gli indagati cominceranno a fare qualche nome… quel che è certo è che ne vedremo delle belle.

Quanto ai dirigenti della vigilanza di Bankitalia consigliamo due cose, per star sicuri e non sbagliare ancora: una bella visita oculistica e un paio d’occhiali nuovi. Così che se dovessero esserci ulteriori fenomeni strani di malafinanza non potranno più giustificarsi dietro al “si è trattata di una svista”.

Post simili