• mercoledì , 13 dicembre 2017

12 punti del Manifesto Orizzonti Sociali

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Nel Novecento le avanguardie celebravano la modernità, inneggiando a un futuro dalle magnifiche e progressive sorti. Oggi non abbiamo nulla da inneggiare, perché non abbiamo più futuro. Quel futuro radioso che i nostri padri immaginavano è scomparso, risucchiato nei vortici dell’assenza di prospettive, di proposte politiche, di lavoro, di società. Non esiste più un “noi” a partire dal quale elaborare una proposta, un’idea di collettività, un progetto che definisce come stare assieme. Non esiste neanche più la lotta, lo scontro anche aspro tra idee e proposte differenti di società. E continuerà a non esistere fino a quando non ci sarà una rottura rivoluzionaria nei confronti di questo presente insignificante, sottratto alla Storia e all’operato dell’uomo. Dinnanzi all’Europa che si prospetta, c’è da avere nostalgia dell’Europa nel pieno della guerra dei Cent’anni, in cui ci si ammazzava, si amava, si sperava, si lottava per un futuro migliore, per realizzare un uomo “nuovo”; un uomo che fosse “moderno” e libero, una volta per tutte, dalla miseria, dalla inflessibilità del potere religioso e feudale. Poiché non siamo dei reazionari, non auspichiamo il ritorno a un passato scomodo. Piuttosto, vorremmo che il mondo torni ad avere quella consistenza e certezza d’un tempo; che le cose tornino ad essere chiamate con il loro nome e per quel che sono: la guerra è guerra (non “missione di pace”), il colonialismo è conquista (non liberazione del popolo da un regime), chi scappa dalla guerra e dalla miseria è profugo (non un migrante “rifugiato” o “economico”), l’assenza di lavoro è disoccupazione (non flessibilità) l’autoritarismo è potere assoluto di un’oligarchia (non “necessità della democrazia di affrettare le decisioni”), il controllo della sicurezza è una coericizione autoritaria sulla vita di ciascuno (non una difesa della libertà della persone), e così via. Solo recuperando una corretta definizione del mondo, potremo tornare ad abitarlo, a sognare e lottare nuovamente per un futuro. A riscoprire il nostro “esserci” che fa dell’uomo degno d’essere tale. (AS)

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12 PUNTI PER UN FUTURO SCOMPARSO

1. La cultura è morta. Viva la cultura!

La globalizzazione ha cancellato “la cultura”. Si badi bene non l’erudizione, ma la cultura. Quella dei popoli, che si fonda sull’esperienza di vita in comunità e che rappresenta il collante della stessa, l’elemento chiave fondante il senso di appartenenza e di solidarietà dei suoi membri. È per mezzo di essa che le tradizioni, i costumi, i rituali, le forme che definiscono i rapporti tra i membri di una comunità – in una parola la “cultura” – sopravvivono e si evolvono. In Europa ci sono dei barbari reazionari che, di fronte a tutto ciò, vorrebbero ripristinare quel senso di comunità perduta, attraverso il ricorso ad un’identità xenofoba e anti-multiculturale, quasi ad evocare il senso di un’appartenenza ancestrale, l’unione di sangue che unisci i popoli alla terra. Ma la terra non ha appartenenze di sangue, perché è semplicemente di tutti, è fatta per essere attraversata da tutti. A fronteggiarli, purtroppo, sono prevalentemente coloro i quali dell’annullamento delle differenze e dell’omologazione globale sono stati fautori. Per un paradosso linguistico, questi vengono chiamati “uomini di cultura”: si tratta, invece, di emeriti “docenti di imbecillità”, tecnocrati e professori in cattedra che dalla vita hanno appreso solo il modo migliore per far carriera. A questi preferiamo gli intellettuali “da marciapiede”, perché dalla plebe, dalla vita e dalla cultura popolare non hanno mai smesso di apprendere.

2. L’Europa è un aborto.

Il sogno di un’Europa politica si è infranto di fronte al diktat dei mercati finanziari e dell’oligarchia tecnocratica al suo servizio. Qualsiasi tentativo di riformabilità delle istituzioni in senso democratico naufraga di fronte alle decisioni di enti non democratici quali la Commissione europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. Piuttosto che esercitare un generico controllo sulle attività degli stati membri dell’Unione, la cosiddetta “Troika” (l’insieme dei tre organismi sovranazionali) esercita un vero e proprio potere esecutivo e finanche legislativo: stabilisce i vincoli di bilancio cui ogni Paese europeo è sottoposto, si occupa della programmazione economica e degli interventi politici che ogni Paese è costretto ad adottare. Non esiste alcun controllo democratico da parte della popolazione sulle scelte della Troika; i parlamenti e i governi democraticamente eletti se ne infischiano della sovranità popolare e del mandato conferitogli dai cittadini nel momento in cui rispondono solo ai diktat della Troika e dei mercati finanziari.

3. Il liberismo e la sua crisi ci ha reso schiavi

A seguito della crisi economica che ha caratterizzato il mondo occidentale i parametri e i vincoli di bilancio, stabiliti nel trattato di Maastricht, sono divenuti più ferrei. La BCE persegue politiche monetarie ancor più deflazioniste e la Commissione europea, assieme a BCE e FMI, ha imposto rigide politiche d’austerità, basate su tagli alla spesa sociale e al welfare (sanità, scuola, istituti previdenziali, disinvestimenti pubblici, privatizzazioni) che hanno impoverito aspramente la popolazione del vecchio Continente. La crescita esponenziale della povertà e della disoccupazione, l’assenza di politiche d’incentivo ad investimenti privati (accompagnata da un’assenza di investimenti pubblici), la vorace crescita di un’economia finanziaria e speculativa a scapito di quella reale (produzione manifatturiera e industriale) e il conseguenziale strapotere delle banche e degli istituti di credito ha fatto dell’indebitamento una condizione di vita sperimentata dalla maggior parte della popolazione, a prescindere dal lavoro e della collocazione di classe sociale dei singoli individui.

4. La democrazia è finita!

Il rischio dell’esclusione sociale da parte di una fetta consistente della popolazione che non gode più delle tutele sociali e previdenziali, l’esistenza di interi settori produttivi in crisi “strozzati” dalle banche e dal debito, la percezione di una distanza sempre più incolmabile tra l’operato delle istituzioni e la popolazione hanno favorito in quest’ultima un sentimento di sfiducia che travalica la semplice “crisi della rappresentanza”. Poiché le politiche dei singoli stati sono ostaggio delle decisioni della Troika e delle fluttuazioni dei mercati finanziari e ogni tentativo di riaffermare la sovranità popolare risulta vanificato si tratta di una vera e propria degenerazione autoritaria della democrazia. Di fronte e in conseguenza di ciò, si assiste dappertutto alla nascita di nuovi populismi: di “sinistra” (in Grecia e in Spagna), trasversali e “peronisti” (Movimento 5 Stelle in Italia) e di “destra” (Lepenismo in Francia), con forti caratterizzazioni nazionalistiche o identitarie-comunitarie. Il consenso accordato ai governi nazionali, apologetici con gli orientamenti della Troika, è sempre meno diffuso, come dimostrano gli elevati livelli di astensionismo e la crescita delle forze anti-europeiste o europeiste-critiche alle elezioni e la necessità, da parte delle forze “filo-europeiste”, di creare delle alleanze trasversali per formare governi di coalizione (in Germania, in Italia e probabilmente nel prossimo futuro in Spagna e Francia). Il rischio è quello di una nuova deriva “fascista”, il ritorno dei nazionalismi e di una politica xenofobica e militarista. Tutto ciò, però, nell’impossibilità di realizzare il ritorno ad un’economia nazionale, protezionistica e incentrata sull’industria, sullo sviluppo di un’economia reale e su un mercato interno.

5. Antipolitica o democrazia diretta?

Da decenni si assiste a un’inarrestabile crescita del livello medio d’istruzione della popolazione: l’analfabetismo è un problema pressoché debellato nelle società occidentali, mentre il numero dei laureati è raddoppiato dagli anni Sessanta ad oggi (malgrado, oggi, questa tendenza sia nettamente in calo). Questo fattore, congiunto alle nuove disponibilità tecnologiche (la rete di internet e le nuove forme di comunicazione), potrebbe liberare un potenziale enorme. La comunicazione informatizzata e l’innalzamento del livello di istruzione generale consentono nuove forme di partecipazione democratica, oltre i limiti della democrazia rappresentativa. Dappertutto, invece, si assiste a una contrazione dei diritti democratici, al punto da far parlare di “crisi della rappresentanza” e “antipolitica”. Ma l’antipolitica non è un sentimento populista, è la pratica dei governi quando bypassano la volontà popolare (come il caso del referendum “anti-troika” in Grecia). Del resto, esistono delle responsabilità istituzionali e i governanti non possono non tener conto di ciò che “chiede l’Europa” o, in modo meno ambiguo, “chiedono i mercati”! Del resto, gli oligarchi europei si stanno già muovendo per risolvere questa contraddizione, introducendo innanzitutto rigide barriere all’accesso per chi vuole studiare all’università che vanno a limitare di fatto il diritto di studio. Il ritorno all’Università “di classe” – come prima del Sessantotto, in cui solo i benestanti potevano accedervi – è la miglior garanzia affinché la plebe resti ignorante e, sul piano dei diritti e delle tutele del lavoro, più ricattabile e sfruttabile. Non sia mai che al figlio del manovale, finiti gli studi di medicina, voglia fare il medico!

6. Repubbliche fondate sul lavoro…

Oggi si lavora sempre di più, ma sempre meno si percepisce reddito. Che tu sia un precario, intermittente, libero professionista para-subordinato, lavoratore autonomo, prestatore d’opera, co.co.pro., co.co.co., puoi star sicuro che la paga che percepirai (anche sottoforma di vaucher) corrisponderà solo in minima parte al lavoro effettivamente erogato. Un tempo esisteva in Europa il lavoro operaio. Anche se non eri propriamente un operaio, il tuo lavoro dipendeva dalla centralità produttiva della fabbrica. Si lavorava otto ore al giorno, come da contratto sindacale, per ottenere una paga se non corripondente quantomeno dignitosa. Il “padrone” ovviamente ricavava il suo profitto dal lavoro altrui, ma i “salariati” percepivano una paga certa per quell’orario di lavoro che svolgevano. Però, l’unione dei lavoratori, la loro sindacalizzazione, la possibilità di far sciopero e bloccare la fabbrica era una jattura per il padrone. Quindi, meglio delocalizzare all’estero ove il costo del lavoro è più basso (la “mitica” globalizzazione), scompaginare la grande industria (per risparmiare sui grandi costi e frammentare il lavoro), indebolire il potere degli operai, dividendoli (dividi et impera!), ricattandoili (Marchionne docet!), flirtando con i sindacati confederali, flessibilizzando e automatizzando la produzione e il lavoro. Il risultato è che ad essere scomparso, qui in Europa, è proprio il lavoro operaio e tutto ciò che ruotava attorno al lavoro di fabbrica. Non è, dunque, tanto il posto fisso a mancare – checché ne dica Checco (Zalone) -, quanto il “lavoro” in sé (nella sua accezione classica) ad essere un miraggio! In cambio, però, c’abbiamo guadagnato la possibilità di lavorare part-time (ma con turni anche di 12 ore consecutive) dentro un call-center a fare consulenze commerciali, con contratto a chiamata (così, se ti ammali, puoi sempre essere rimpiazzato). E se hai proprio la vocazione del lavoro autonomo, puoi sempre aprirti una partita IVA e iniziare la tua avventura da procacciatore di reddito. In fondo, a ben pensarci, è come essere ritornati allo stato di natura: nella savana sopravvive il predatore più forte e che corre più veloce. Ecco, in questa giungla ogni giorno, quando ci svegliamo, dobbiamo andare a procacciare il reddito, come facevano i nostri antenati predatori quando andavano a caccia.

7. Liberazione da cosa?

Scusate – potrebbe chiederci stizzito qualcuno più scaltro – ma state sostenendo che era meglio alzarsi la mattina alle cinque e stare tutto il giorno a rincoglionirsi dietro a una pressa di una catena di montaggio per poi tornare a casa e non avere neanche la forza di mangiare o fare l’amore? Affatto! Il lavoro dell’operaio nella fabbrica fordista, nonostante il salario alto e i diritti sindacali, era una piaga, una condizione appena superiore a quella della schiavitù. Quando la tecnologia accorre a liberare l’uomo dalla fatica e dalla sofferenza è sempre una manna dal cielo, una liberazione. Ma l’uscita dal regno delle necessità materiali non è equivalso all’ingresso nel regno delle libertà. Eppure oggi, grazie all’impiego delle tecnologie automatiche, unito all’uso di apparati informatici, ha aumentato a dismisura la produttività, quindi la ricchezza generale. Se negli anni Cinquanta cento operai producevano, con le tecnologie a disposizione, quattro automobili in una giornata, oggi lo stesso numero di automobili possono essere prodotti in due ore dalla metà degli operai. Così, lo stesso per tutti i beni, le merci e i servizi di cui abbiamo bisogno. Le capacità produttive sono aumentate a dismisura, eppure a tutto ciò non è seguita una riorganizzazione del lavoro e dei processi produttivi, ma al contrario un aumento della disoccupazione, della precarietà, degli orari di lavoro, dello sfruttamento e della povertà.

8. Oligarchie economiche

Ma com’è possibile? – ci chiederà ancora il nostro amico. Semplice, si chiama “new economy”, la concentrazione dei profitti e delle rendite è nelle mani di sempre più pochi privilegiati, cosicché il 10 percento della popolazione europea possiede il 90 percento della ricchezza. E dire che potremmo vivere felici, lavorando tutti appena tre ore al giorno e godendo dei frutti di quel lavoro, per poi dedicarsi alle attività che più ci aggradano! C’è invece chi dal pc o dal telefonino con il quale lavora non stacca mai, neanche quando torna a casa la sera. Per giunta, dal menager che guadagna miliardi fino al ragazzo del call-centerquasi più nessuno svolge oggi un lavoro produttivo in senso classico, il cui frutto è tangibile e da cui dipende il benessere materiale dell’intera società. Assieme alla disoccupazione a crescere è il lavoro “improduttivo”, quello di cui si nutre l’economia finanziaria. È la new economy, ovvero la capacità della finanza di creare valore non dal lavoro ma dalla vita stessa (dalla creatività, l’intelligenza, i saperi, l’affettività) delle persone. La ricchezza realizzata in questo processo resta così nelle mani di pochi.

9. Scongiurare la forza dei cervelli, indurli alla fuga

La produttività e la ricchezza dipendono oggi dall’applicazione della scienza alle nuove tecnologie (automazione e sistemi informatici). Eppure, che si tratti dello Stato o di un’azienda importante, s’investe sempre meno in “Ricerca e sviluppo”. Che si abbia forse paura della forza dei “cervelli”, della loro facoltà di affrancarsi dai condizionamenti e dai vincoli imposti da quei pochi? Si teme probabilmente che, una volta acquisita consapevolezza del potenziale liberatorio della scienza e della tecnica, i “cervelloni”, assieme all’esercito dei “procacciatori di reddito”, anziché farsi la guerra gli uni contro gli altri, possano coalizzarsi e rendersi autonomi. Se la ricchezza è il risultato delle avanzate applicazione della scienza e della tecnica, essa non può non essere un bene collettivo. Quindi, perché non fare a meno di finanza, banche, politici e “padroni” parassiti, cioè di quei pochi che detengono e usurpano la ricchezza prodotta? Quindi, per arrestare la forza dei “cervelli” questi pochi preferiscono indurli alla “fuga”.

10. Modernità (ir)razionale e i dubbi di nostro nonno

Il progresso tecnologico e scientifico ha liberato un potenziale enorme di ricchezza non solo perché ha liberato tempo di lavoro e fatica umana. Pensiamo a tutti gli investimenti che potrebbero essere fatti in campi del tutto nuovi, come ad esempio nelle energie rinnovabili. In Europa ne vengono fatti pochissimi! La “green economy” resta uno slogan nel mentre, tra una “giocata” a Wall Street e l’altra, si continuano a protrarre guerre per il petrolio. Che dire poi delle nuove attività che le tecnologie informatiche rendono possibili? Attraverso internet, ad esempio, potrebbe essere abbattuta la filiera della grande distribuzione. Mettendo in connessione direttamente il produttore con il consumatore, le due parti avrebbero la possibilità di incontrarsi, stabilire il prezzo e scambiarsi beni, servizi e denaro. Non è liberalismo questo? Eppure, mai come oggi, la grande distribuzione ha un potere illimitato! Al posto del vecchio alimentari del quartiere, dove nostro nonno comperava il pane, oggi sorge un grande supermarket e un centro commerciale. E nel grande supermarket, abbiamo la fortuna di trovare (sempre per merito della mitica globalizzazione) pomodori prodotti in Cina e inscatolati in Bulgaria da una ditta italiana. E nostro nonno, da villano qual era, comperava i pomodori dall’ortolano a fianco dell’alimentari. Che provinciale! Bella la nostra (post)modernità, no?

11. Alla guerra come alla guerra. I “mercanti di pace”

Caduto il muro di Berlino c’avevano promesso che si sarebbe realizzata definitivamente la famosa e auspicata “Pace perpetua” che dai tempi della guerra dei Cent’anni gli europei attendono. Dappertutto, invece, è guerra. Dappertutto si alzano nuovi muri, a dividere popoli, la “civiltà” dall’ “inciviltà”. Operazioni di polizia internazionali vengono svolte per mettere ordine in una determinata area geopolitica, liberandola non dalla dittatura di questo o quell’altro regime, piuttosto dagli ostacoli alla realizzazione del libero mercato, libero sì purché a vantaggio dell’occidente. La risposta a questa “guerra globale permanente” è stata quella di una crescita esponenziale e incontrastata del terrorismo internazionale, a cui l’Occidente risponde con la contrazione dei diritti di cittadinanza e delle libertà civili delle popolazioni. A scontare questa condizione non sono solo i popoli europei, costretti ad accettare lo stato d’eccezione fatto di “coprifuochi” e strette sicuritarie sulle loro vite, ma i migranti che scappano dalla misera e dalla guerra nel mondo. Arrivano in Europa cercando rifugio e protezione, ma trovano dappertutto inospitalità o, se gli dice bene, l’accoglienza offerta da quei “mercanti di pace” che sulla pelle dei migranti fanno i loro profitti. Idomeni, coi sui schiavi del XXI secolo, segna un punto di non ritorno.

12. Il bello ci salverà

La rivoluzione francese parlava di “felicità pubblica”, del diritto a una vita appagante e armoniosa, per i singoli e per la collettività. Nessun altro principio della rivoluzione è stato disatteso come questo. La necessità di consumare – da merci d’ogni sorta al divertimento, fino alle relazioni vissute sempre più nella loro fugacità, anziché come legami d’appartenenza – ci ha reso schiavi del miraggio di una parvenza di felicità. Una felicità data dalla libertà… di cosa? Di possedere, consumare, svendere, disfarsi di qualcosa o qualcuno non appena cessato il bisogno. Viviamo in agglomerati di cemento in metropoli sempre più disumanizzanti, nelle quali il grigio dell’asfalto si confonde con il grigio dello smog. Della natura non sappiamo più riconoscerne gli odori e discernere i gusti. Siamo assuefatti al brutto, alla miseria e alla volgarità. La volgarità del linguaggio dei politici, così come degli slogan pubblicitari, dei programmi televisivi spazzatura, del talk show, dei giornalisti prezzolati degli “uomini di cultura”, emeriti docenti di imbecillità. Dinnanzi a questa brutalità e immiserimento della vita, dovremmo rimparare a riconoscere il bello, in ogni sua forma. La vita estetica rappresenta oggi una possibilità di salvezza. Estetica ed etica non sono dimensioni separati della vita. Ciò che ci ha reso grandi, fin dagli albori della civiltà occidentale, fu esattamente la ricerca della bellezza, non come culto narcisistico, ma come, appunto, etica e capacità critica di discernimento, al di là della moralità del “bene” e del “male”. Acquisire questa sensibilità, significa oggi ritrovare la nostra essenza, essere nuovamente capaci di amare e immaginare un domani migliore dell’oggi. In una parola, riscoprirci “umani”.

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