• mercoledì , 17 gennaio 2018

Opportunità di lavoro e non carità

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Un buon padre di famiglia deve tenere per sé le sue emozioni, allo stesso modo lo Stato di un Paese, nel nostro caso, l’Italia. Capisco, che gli ultimi Governi che si sono succeduti fino a questo ultimo, abbiano provato un gran dispiacere nel vedere i cittadini che, improvvisamente e a causa della crisi, si sono trovati in difficoltà fino a sfiorare l’indigenza.

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Il 10% dei lavoratori, o meglio ex lavoratori, vivono stabilmente sotto la soglia di povertà e il 30% si stanno avvicinando drammaticamente a quella soglia, mentre il 35% delle aziende è fallita: non abbiamo fatto altro che riportare i dati ISTAT.

Dunque, i nostri ultimi due governi in particolare, a guida Renzi e Gentiloni, non hanno fatto altro che aiutare i loro figli più bisognosi, fino a spendere i risparmi per sostenere la sopravvivenza delle famiglie; non facciamo l’elenco di tutti gli aiuti caritatevoli che, sempre più pericolosamente altre forze politiche, oggi di opposizione, si sono impegnate a clonare, sotto le forme più fantasiose, una volta diventati governanti.

Un dato emerge prepotentemente: la cifra spesa, indossati gli Stivale delle sette leghe, si sta avvicinando velocemente verso il traguardo di 100 MLD di euro. 100 MLD che, se non ci fossimo lasciati prendere dalla commozione, avremmo potuto investire per rilanciare l’economia italiana attraverso le infrastrutture mancanti, le scuole, la ricerca e i lavori pubblici che sono fermi al secolo scorso.

Uno Stato non può e non deve commuoversi, ma creare opportunità, e ogni cittadino messo nelle condizioni di competere con la vita.
Vivere di carità non solo è sbagliato, ma mortifica le donne e gli uomini che la ricevono, le quali non avranno più la forza e la dignità per rialzarsi, in buona sostanza dipenderanno sempre dal re per essere sfamati: ecco perché nei secoli scorsi le case reali regnavano senza timore.
Fin quando la Rivoluzione Francese prima e quella di Ottobre dopo non sono esplose, ma da quello che vediamo sembrano essere state relegate nei libri di storia.

Come dicevamo, un buon padre di famiglia è tale se soffoca le sue emozioni e offre ai figli una possibilità di vita, non sperpera i risparmi perché possano comperare scarpe nuove, ma li fa studiare o insegna loro un mestiere, offre gli strumenti per affrontare un futuro migliore.
Ma se inconsciamente, il genitore così come lo Stato, si vogliono riappropriare del ruolo ottocentesco di “padre padrone”, che allora continuino a disfarsi delle poche cose rimaste; quelle cose che ancora possono essere utili per rilanciare il ruolo della famiglia e dell’Italia.

Mi chiedo se qualcuno si è accorto che non possediamo più le imprese “gioielli di famiglia”, e con mille scuse pretestuose stiamo dismettendo anche la più grande azienda siderurgica d’Europa per accontentare i “vicini di casa”.
Per tornare alla metafora, non mi sembra il modo migliore per educare i figli ad affrontare un futuro dove la concorrenza è agguerrita e armata fino ai denti.

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