Gli italiani in attesa di un segnale forte

In Italia sono tante le persone che vedono sempre di più allontanarsi la speranza di un futuro. L’italia e l’Europa possono solo rallentare quell’inesorabile declino che sta incrementando con grande velocità le fila dei disperati.

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Ecco, i disperati sono gli stessi che hanno votato “allo sfascio tutto” il 4 marzo, e voteranno ancora così, anzi con maggior determinazione, quando si tornerà alle urne: un modo non violento per esprimere la propria frustrazione.

Intanto, si è insediato il nuovo governo giallo-verde con Premier Conte. Salvini, ministro degli interni, ha già detto che in primo luogo si agirà sul fronte “sicurezza”, mandando a casa qualche clandestino per cui è finita la pacchia.

La sicurezza è quel significante vuoto e al contempo parola d’ordine che viene agitata in maniera demagogica e presa come giustificazione per decidere ogni cosa, dai presidi militari nelle piazze alle restrizioni di libertà di movimento attraverso controlli e identificazioni (non solo per i migranti, ma per tutti i cittadini), fino alla sospensione eccezionale della sovranità democratica (ricordate i governi tecnici che si sono susseguiti? Per non parlare dell’abuso dei decreti leggi in luogo dell’iter parlamentare!), con l’effetto di rimandare le elezioni sine die.

Mi chiedo: perché anziché parlare in modo prioritario di “sicurezza”, questo governo appena incaricato non preferisce dare un segnale forte di “rassicurazione” ai tanti disperati che lo attendono? Ho usato la parola “rassicurazione” per contrapporla scientemente alla “sicurezza”: la seconda corrisponde infatti alla difesa dell’incolumità fisica e delle proprietà dell’individuo dagli atti delittuosi, ma si estende fino a considerare la preservazione dei posti di lavoro e delle tutele sociali dalla competizione che nel mercato del lavoro di una nazione produce l’ingresso di una forza lavoro migrante. Per “rassicurazione” invece voglio intendere un segnale che i nuovi governanti potrebbero dare agli italiani rispetto alla difesa delle tutele e dei diritti sociali, a cominciare dal diritti basici: diritto ad avere un lavoro, a possedere una casa in cui vivere, alla salute, alla previdenza sociale e a una pensione.

Si tratterebbe quindi di difendere la “sicurezza” economica degli individui. E mai quanto oggi gli italiani hanno bisogno di questo! Certo, per abolire la Fornero e mettere mano alle pensioni ci vuole del tempo; per introdurre una misura come il reddito di cittadinanza, tra studio del bilancio e della fiscalità e quello delle fasce degli aventi diritto, altrettanto. Per modificare il Jobs act e riformare il mercato del lavoro come risulterebbe dagli intenti espressi nel contratto – non ne parliamo!

Però, Movimento 5 Stelle e Lega potrebbero fin da subito fare qualcosa per dare quel segnale che l’italia attende. Ad esempio, proporre in parlamento una legge che elimini le rendite di posizione e i vitalizi in quattro e quattr’otto. Sarebbe un gesto di rottura, dal significato simbolico, che sarebbe sostanza e concretezza a quel “cambiamento” agitato come slogan. E rappresenterebbe davvero il rovesciamento del gattopardismo: cambiare tutto, affinché nulla cambi. Qualcosa che porterebbe a esclamare: “eh no, porca vacca, vedi che alla fine un cambiamento reale si comincia a realizzarlo?!” Qualcosa di forte che farebbe cessare gli slogan propagandistici e le litanie note ormai persino ai muri.

Affermare che sono iniziati i comizi è un eufemismo! Siamo ininterrottamente in campagna elettorale permanente, almeno dal 2016, cioè dai tempi della campagna referendaria terminata il 4 dicembre di quell’anno. Una campagna che fu, come ricorderete, foriera di inopportuni personalismi e, in seguito, di rimpianti per ciò che si poteva fare e non è stato fatto. Come a ripetere la metafora della vita.