• lunedì , 20 novembre 2017

Le mine di Racca

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Un affare da mercato rionale della Guerra sono le miriadi di mine, nella varietà (ricordate il film di Sordi “Finché c’è guerra c’è speranza”?) e nella immensa quantità vendute dall’Occidente ai Paesi che giocano a spararsi addosso per la gioia dei produttori di morte. Ma un’affare ancora più grande per i Paesi “civilizzati”, è quando si offrono di sminare i territori dove i bambini, per primi, tornano a giocare e danno l’idea che la vita è tornata, almeno fino a quando qualcuno di loro non esplode incidentalmente inciampando sul micidiale ordigno esplosivo. Di solito, il primo tempo di queste tragiche commedie, che vanno in scena nei Paesi più poveri del Pianeta, spesso viene proiettato dai media di tutto il mondo perché sono coinvolti, in un modo o nell’altro, i pesi massimi d’Occidente; ma quando se ne vanno lasciando sull’asfalto sangue, disperazione e macerie, anche le telecamere vengono smontate e gli operatori si trasferiscono in altra zone di guerra, la pace non fa audience. Il pubblico d’Occidente e d’Oriente paga volentieri il biglietto quando ci sono gli attori più famosi che recitano la parte dei buoni. In questa scena da neorealismo in bianco e nero, tra una mina e l’altra, la vita ricomincia fino al conflitto successivo o fino all’ultimo ordigno disinnescato, ma per questo ci vogliono anni e anni. In Afghanistan, ci sono ancora le mine Russe posate durante la loro occupazione (1979-1989); chissà quanto ci impiegheranno ad individuare quelle di Racca. 

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