• domenica , 19 novembre 2017

Re Felipe parla e invia l’esercito in Catalogna

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Le sventure che infieriscono sull’uomo dipendono dall’uomo stesso. Nessun presagio divino, tantomeno i fulmini e le saette della natura che, semmai, si è incazzata, anche lei, per colpa delle persone che giocano con il clima come fossero al luna park.

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La Spagna è stata ed è, anche se meno di prima, un grande Paese, talmente grande che la seconda lingua parlata al mondo dopo l’inglese, pensate un po’, è proprio lo spagnolo. Nell’ultimo secolo però la sorte gli è stata avversa, prima con la guerra civile, poi col franchismo insediato nel 1939 e fino al 1975. In seguito, momenti di difficoltà politica e finalmente la pace con la nuova monarchia parlamentare che si insedia nel 1978, ultima in Europa, ma senza un solo colpo di cannone.

In quegli anni, le differenze linguistiche ed identitarie accettano la nuova situazione, ma non si rassegnano e da subito crescono i movimenti più conosciuti, quelli per le autonomie nei Paesi Baschi e di Catalogna; ed eccoci ai giorni nostri quando una serie di incomprensioni portano il Paese nel 2015 e poi nel 2016 alle urne due volte in poco più di sei mesi e quasi una terza (votazione) evitata, ma solo dopo dieci mesi di stallo, quando il ministro uscente Mariano Rajoy guida un governo di minoranza grazie all’astensione di una parte del PSOE.

Tutto ciò, potrebbe aver generato un po di confusione dopo la bolla immobiliare che é seguita alla crisi di metà degli anni 2000 e alla successiva e lenta ripresa fino a portare la Spagna, prima di altri Stati europei, a ritrovare una crescita importante.
In questo frangente il governo (Rajoy), potrebbe aver sottovalutato e distolto l’attenzione dal movimento autonomista della Catalogna che tesseva la sua tela per arrivare ai giorni nostri.
Giorni, dove un susseguirsi di errori e incomprensioni hanno deflagrato con il discorso di re Felipe.

Il referendum catalano poteva essere svolto come una prova generale tutta interna alla Catalogna, una sfida al governo centrale di Madrid per forzare anche le rischiaste di infrastrutture inevase, ma Rajoy avrebbe dovuto precisare con forza e ripetutamente che qualsiasi risultato sarebbe stato di nessun valore costituzionale. Evidentemente quello che ha fatto non è stato sufficiente e convincente se fino a qualche giorno prima della prova elettorale tutto era così poco chiaro perfino agli europei.

Infatti, a dieci giorni dal referendum le controparti hanno accettato una sfida che non si sarebbe dovuta assolutamente fare, almeno dal governo di Spagna, peraltro terminata tragicamente con l’invio della Guardia Civil che in parte a provocato il ferimento di oltre 800 persone rimaste sull’asfalto di Barcellona; la goccia che hanno fatto passare il governo di Madrid dalla ragione al torto marcio.

Adesso, ci mancava il discorso a posteriori del re Filipe VI, che accusa i catalani di “slealtà inaccettabile” e di “condotta irresponsabile”, esortando il governo di Rajoy a restaurare “l’ordine costituzionale”; come fossero ancora i tempi della regina Isabella II, tanto per infiammare ancora di più gli animi dei facinorosi catalani che ora godono della simpatia di mezza Europa. Quella stessa Europa che giustamente si è schierata col governo Centrale di Madrid.

La diretta conseguenza della apparizione televisiva del monarca, ha spinto Carles Puigdemont ad annunciare alla BBC che l’atto di indipendenza unilaterale della Catalogna arriverà “all’inizio della prossima settimana”.
Ecco perché le sventure che contagiano i Paesi dipendono sempre da uomini che seguono altri uomini su strade inopportune – che spesso ne cambiano la storia, inviando gli eserciti.

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