Tracce lontane di un eremitare arabico

 

Ascolta

 

Avevo da poco raggiunto la maggiore età quando viaggiavo nei Paesi arabi. La mia ragazza di allora aveva il padre a Beirut, perché in Italia era in pericolo la sua libertà a causa dei primi scandali di tangenti negli anni Settanta, quando, da amministratore delegato di una società, che non sapeva neanche di possedere, fu condannato alla fuga precipitosa.

Erano i tempi dove a Beirut abitava Felice Riva, del maglificio Vallesusa, anche lui fuggito in Libano perché ricercato in Italia e ospite del lussuoso Hotel Fenicia, proprio a due passi dal Casinò, mentre il papà di Fatima abitava in una bella villa in quanto la sua impresa di costruzioni lavorava in quell’area già da anni.
Fatima, la mia ragazza, era viziata e irrequieta, mentre io ero curioso di conoscere gli usi e i costumi del mondo, e chissà perché, in special modo dei Paesi arabi.

L’opportunità di respirare i profumi delle spezie d’Oriente si presentò di lì a poco, quando mi venne proposto di fare da assistente all’Ingegnere e viaggiare settimanalmente da Roma a Beirut a bordo di un Coronado della compagnia aerea libanese.
E dall’affascinante capitale di quel Paese, considerata la Svizzera dei Paesi arabi e poco distante da Baalbek, uno dei siti archeologici più importanti d’Oriente, viaggiavo con disinvoltura per tutti gli Emirati e dallo Yemen fino a Saudi Arabia, come fosse una passeggiata nel parco sotto casa.

Ed è così che cominciai ad apprezzare quei profumi, costumi e sapori che solo pensarli mi fanno venire un nodo alla gola. I Paesi arabi, piano piano, settimana dopo settimana, mese dopo mese, sono diventati il mio mondo e le mie prime avventurose conoscenze della vita di allora.
Ricordo il primo viaggio fatto nel Kuwait, quando l’aeroporto era solo una baracca e le strade che portavano in città ancora non tutte asfaltate, mentre il centro già luminoso e le vetrine dei negozi abbagliavano gli occhi per le innumerevoli cianfrusaglie d’oro che scintillavano festose.

Quello che è rimasto indelebile dentro di me sono i colori dei tramonti nel deserto e il sibilo del ghibli che accompagnavano i miei viaggi all’interno della penisola arabica, dove tutto era lento e flessuoso e il rito del tè accompagnava ogni incontro. C’era il tempo per ogni cosa e ogni cosa era preceduta da una ritualità che rasserenava l’anima: quasi che gli avvenimenti fossero già scritti da una scontata conclusione.

Quando, con un atto d’arroganza, rinunciai a quella vita perché ormai convinto di essere un uomo di mondo, solo perché ormai mi spostavo con disinvoltura in altri Continenti, d’improvviso, lasciata Fatima, mi ritrovai nel mio Paese ad affrontare quel provincialismo di cui mi ero liberato. Ma la giovane età e il fascino mi trassero in inganno fino a pensare che quel tempo non finisse mai: potevo ripeterlo all’infinito.

Invece mi sono accorto negli anni che non è stato così, quel tempo è finito per sempre. E quando eremito nei miei occhi rimangono i colori del sole, nelle mie narici i profumi decisi delle spezie e nelle mie orecchie sibila ancora il vento del deserto come fosse ieri.

Sì, io sono quasi un uomo d’Oriente, convinto che il destino di ogni essere umano sia sancito alla sua nascita per volere di un Dio che in Gerusalemme trova la sintesi delle tre religioni monoteiste che vi abitano. L’importanza della città è raccontata da Saladino. Quando gli vennero chieste le ragioni che lo spinsero a perdere migliaia di uomini in battaglia per conquistare quelle mura prive di ori e argenti. Fu allora che lui rispose alla domanda raccogliendo un pugno simbolico di sabbia, poi aprì la mano come a lasciarla scivolare e ammiccando disse: “Gerusalemme è tutto e niente”.

Ancora oggi ci si interroga su chi abbia più diritto a Gerusalemme: il Muro? la Moschea? il Sepolcro? Nessuno dovrebbe avere un privilegio riservato: tutti hanno diritto di eremitare nella città della pace; quella pace che ancora oggi, ripensando alle avventure del mio eremitare arabico di allora, mi rasserena l’anima e scalda il cuore.