Quando il mio eremitare in terra araba ebbe inizio

Ascolta

 

Il cuore ha cominciato a battere forte la prima volta che sono partito dall’aeroporto di Fiumicino per Beirut, mentre salivo sul pullman ho subito riconosciuto, nella piazzola poco lontana, il potente jet Coronado della compagnia aerea libanese, dove sulla prepotente coda svettava il simbolo del Libano, un cedro stilizzato.
Ho provato un senso di grande emozione nel vederlo e quando sono salito a bordo, ricevuto da una sorridente hostess, avevo un’espressione da bambino come ne stesse combinando una delle sue.

Era un po’ come mi arrampicassi sull’albero in coda all’aereo e con le mani protese in avanti dessi il via al comandante perché sfrecciasse verso il cielo azzurro. In realtà sfrecciava nel vero senso della parola rispetto ai miei precedenti viaggi fatti in Italia sui primi Caravelle, niente di simile a confronto del Coronado che, come Mennea, lasciava i suoi avversari nella scia della spinta delle sue potenti gambe tutti gli altri concorrenti.

Fu impressionante, infatti, la veloce salita verso la quota assegnata dalla torre di controllo. Una volta stabilizzati in volo e spente le luci che invitavano i passeggeri ad allacciarsi le cinture e il divieto di fumare, accesi una sigaretta e respirai a fondo le prime boccate di tabacco a pieni polmoni.

Ah, già, perché all’epoca si poteva fumare a bordo e la cosa buffa era che la fila dei non fumatori era delimitata dall’inizio della zona fumatori solo da una scritta. Difatti, la nebbia provocata dal fumo non veniva assorbita tutta dai potenti e rumorosi aspiratori che, come idrovore fameliche, ingozzavano il fumo delle sigarette.

L’atterraggio sulla pista, quasi sul mare, dopo una lunga e dolce virata verso Nord Ovest, mi permise di vedere la città dal finestrino di desta, proprio dall’altra parte del corridoio; rimasi estasiato più nell’immaginazione di atterrare in terra araba che nello scorcio limitato del paesaggio visto dall’oblò.

L’emozione, sin dalla discesa dall’aereo e fino al controllo passaporti, trovò il massimo d’intensità corrispondente allo schiocco del timbro di ingresso, che nel mio cuore fece l’effetto fragoroso di un boato.

Uscito dall’aeroporto, venni avvolto dal calore del sole e un leggero vento che soffiava dal mare, di ghibli ancora non v’era traccia. Salito in taxi iniziai le mie esperienze professionali nei luoghi che avevo sempre sognato.

Quando arrivai all’Hotel Phenicia, dove ero stato prenotato, il tassista mi fece notare che dall’Albergo stava uscendo un italiano, biondo e dal portamento raffinato, era il noto imprenditore Felice Riva.

Il “Biondino”, come lo chiamavano con il suo pseudonimo, prima di rifugiarsi a Beirut dopo il crac da 46 miliardi di lire della sua azienda, il gruppo tessile Vallesusa, nei primi anni Sessanta (1963) aveva acquistato da Andrea Rizzoli la squadra di calcio del Milan e con Rivera, Maldini, Altafini e Trapattoni vinse la prima Coppa Campioni a Wembley.

Arrivato in camera mi feci una doccia e indossati i jeans e un paio di comodi mocassini, uscii a fare due passi sul lungomare antistante, prima di presentarmi dal mio ospite. Fatima, la mia ragazza e figlia dell’ingegnere, impegnata a Roma, ci avrebbe raggiunto con il volo successivo di lì a qualche giorno, perché i collegamenti diretti tra le due città, Roma e Beirut, c’erano solo il martedì e il venerdì con Air Liban.

In attesa degli eventi che avrebbero cambiato la mia vita, andai a vedere lo spettacolo di music-hall più bello, dopo le Folies Bergère, al Casino du Liban.

Ora sono stanco di eremitare, troppi i ricordi che affiorano prepotenti alla mia mente: uno di questi giorni scriverò cosa successe la prima sera a Beirut…