La fragilità della vita e il sospetto di perderla

Vi si narra la vita, come essa si presenta al mattino, fresca e piena di luce, per poi sorridere a mezzogiorno perché la sua ombra è perfettamente verticale alla nostra immagine. Alla sera ogni cosa si china e torna il sogno. Quel sogno che vola oltre lo stesso desiderio e che ora si posa su questa “poesia senza rima”.

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Ho visto sotto di me le onde infrangersi contro invisibili ostacoli, esplodendo in nubi spumeggianti, e gabbiani sulla scia di navi che tracciano immense traiettorie verso occidente.

Icebergs alla deriva, montagne di ghiaccio alla caccia di altri possibili Titanic.

Mi sono abbassato a respirare la salsedine, poi sono rientrato nelle nubi ed ho sfidato la pioggia.

E nuovamente i raggi del sole.

Ho visto accanto Icaro esaltarsi e poi cadere precipitando, ho provato il desiderio di spegnere i motori, di librarmi in silenzio, di immergermi e di risalire.

Si affollavano nella mente i volti amati, le immagini del decollo sulla sonda lontana.

Paura negli occhi, negli ultimi saluti. Ero atteso da sguardi sconosciuti, da applausi e abbracci ignoti: il trionfo che si riserva agli eroi. O la caduta, l’infinito deriva: troppo per provare timore.

La lancetta del tachimetro segnava distanze e divideva il tempo, dando ritmo logico a spazi irragionevoli. Poi un pensiero improvviso: “Accidenti, ma io non ho mai guidato un aereo!”.

Ebbi un attimo di sgomento: percepii l’altezza, la distanza da ogni possibile approdo, provai una breve, intensa vertigine ma mi ripresi immediatamente.

Virata a destra, virata a sinistra e poi via verso il cielo: mi produssi in un fantastico loop e poi in un altro e in un altro ancora.

Sorridendo ripensai ai personaggi dei fumetti che avevo visto e amato e a squarciagola urlai: “Ecco il Barone Rosso!”. Mi sentivo un eroe trasvolatore  e un antico bambino.

Libertà assoluta. Io, che di solito rischiavo di perdermi nei sentieri del parco cittadino, mi ritrovavo ora sopra l’Atlantico senza incertezze, senza problemi di orientamento e di rotta e, soprattutto, senza paura.

Io ero il mio velivolo, straordinaria cavalletta di sangue e benzina, di vene e stantuffi.

La mia stanchezza era il ritmo affannoso del motore, il mio respiro l’incessante vortice dell’elica.

Stringevo le mani sui comandi e mi sforzavo di non chiudere gli occhi, ma sapevo che era inutile. Quel viaggio era il mio sogno… Il nome del trasvolatore rimane ignoto, poiché sappiamo che si nasconde dentro di noi.

Ecco allora che il desiderio del volo diventa metafora di una libertà che ti hanno rubato. Ma mentre nessuno si accorge che il pensiero è già alto in cielo, scrollo la tanta polvere della vita e guardo innanzi verso l’infinito. Solo con il mio viaggio.