• domenica , 19 novembre 2017

Il torto dell’eremita

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPin on PinterestEmail this to someone

È difficile ammettere di non avere ragione, nonostante sia da duemila anni e qualche secolo che uno come Socrate ripeta “io so di non sapere.” Se lo dice Socrate, che è Socrate, perché a noi costa tanto ammettere di avere torto? Nonostante Socrate e nonostante le tante altre illustri menti che hanno ribadito il concetto, come Bertrand Russell quando afferma che “Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono molto sicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”, le nostre discussioni troppo spesso non sono più conversazioni, dibattiti dove punti di convergenza e di divergenza si alternano, ma incontri di lotta, nei quali il nostro punto di vista deve sottomettere quello altrui, perché la vittoria autentica la nostra intelligenza e preparazione. Anche di fronte all’evidenza dei fatti ci sforziamo di manipolarli, di reinterpretarli a nostro favore, piuttosto di non ammettere che le nostre idea siano state contraddette e smentite.

Un anacoreta nel proprio romitaggio non ha problemi di questo tipo. A chi deve dimostrare di saperne di più? Con chi duellerà a colpi di retorica e logica, eleganti e stringenti o ruvide e fallaci che siano? Contento e soddisfatto, dialoga con sé stesso, e non gli è difficile ammettere di aver sbagliato, se un nuovo punto di vista o una nuova intuizione lo fanno ricredere delle proprie precedenti convinzioni.
Non voglio tuttavia annovrare il dialogo con il prossimo tra le limitazioni dell’eremita contemporaneo. Quasi nulla è più piacevole e fruttuoso di una conversazione sincera, profonda e aperta, e benché possa essere difficile sia incontrare persone disposte ad averne, sia mettere noi stessi nella corretta predisposizione d’animo per ragionare con qualcun altro senza pregiudizi e secondi fini, questo non significa che dobbiamo gettare la spugna.

Dobbiamo essere consapevoli che la vera debolezza sta nel non saper ammettere di aver avuto torto, e che questo avviene quando l’amor proprio degrada in una nauseante arroganza. Chi ama davvero sé stesso non si può sentire sminuito dal riconoscere uno sbaglio, sono gli arroganti a celare dietro unafacciata di spacconerie insicurezze profonde. Temono che veder delegittimate le proprie idee equivalga a veder delegittimati loro stessi, e di conseguenze parlano e parlano, parlano e straparlano senza ascoltare, ignari del fatto che una reciproca sordità selettivaai discorsi altrui sia quanto di più stupido l’uomo abbia mai ideato.
Chi è davvero intelligente non teme di aver torto, perché altrimenti sarebbe soltanto un testardo, tanto quanto chi è davvero coraggioso non teme di aver paura, perché altrimenti sarebbe soltanto uno spericolato. Certo, è facile per me stare qui ad enunciare la teoria, sostenuto dall’autorità dei pensatori del presente e del passato, col rischio di predicare bene e razzolare male, se alla prossima discussione che avrò mi impunterò sulle mie idee. È normale, tuttavia. Tra il sapere qualcosa nella teoria e interiorizzarlo nel profondo, facendolo diventar parte del nostro atteggiamento quotidiano, ne passa di strada. Mi propongo, e lo propongo a chiunque ritenga che possa giovargli, un esercizio. Dialoghiamo con noi stessi come un eremita disperso nei boschi. Scegliamo un paio di idee di cui siamo certi e proviamo a valutarle con onestà e occhio critico, che siano idee politiche o sociali o ad esempio relative ai nostri gusti musicali e cinematografici.

Come primo passaggio, se dopo questa analisi ci accorgiamo che le nostre idee sono motivate da argomentazioni non così stringenti come credevamo, o da preconcetti e pregiudizi, confessiamolo a noi stessi. Forse, allenandoci in questo modo, un giorno saremo pronti a confessarlo anche agli altri.

Post simili