Il pugnale

 

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Mentre ero come stregato dal pugnale dal manico intarsiato di frammenti di madreperla quasi a formare un caleidoscopio non mi ero reso conto che quel buco impolverato di negozio, ad uno sguardo più attento, era una miniera di sorprese. Ci sarei tornato con calma.

L’uomo dalla faccia smunta dalla tunica e turbante lerci aveva colto il mio interesse, nonostante mostrasse una distaccata compostezza. Sorrideva, almeno così mi era parso, con le gengive che luccicavano illuminate dall’unica lampadina appesa al soffitto. Era come un cobra pronto a cogliere la preda. Misi fine alle sue speranze perché scappai da quell’odore di muffa e di rancido che aleggiava nella bottega.

Avevo stretto sotto il braccio quel foglio che arrotolava il mio pugnale, un foglio che una volta doveva essere stata la pagina di un giornale, e saltai sul primo taxi per tornare in albergo. Mi venne incontro il concierge con un gran sorriso, ammiccando al mio involucro come sapesse cosa contenesse, ma preferì non dire nulla. Chissà, magari i tassisti avevano l’abitudine di raccontare dove portavano i clienti…

Una volta in camera, sfilai i mocassini color tabacco e, appoggiati due cuscini alla testiera del letto, mi sdraiai comodamente per scartare il mio regalo; feci con calma per non tradire l’emozione, fino a quando il manico del pugnale non si scrollò di dosso la carta che lo avvolgeva.
Rimasi lì, quasi incredulo, a guardare quell’oggetto antico. Mi addormentai vestito con il pugnale a fianco per svegliarmi in piena notte con una gran fame. Avvolsi lo stiletto in un piccolo asciugamano e lo riposi quasi furtivamente in valigia, quasi come se non mi appartenesse.

Calzati di nuovo i mocassini, uscii dall’albergo. Su indicazione del portiere mi incamminai in un locale dove suonavano fino al mattino; una volta sfamato con arachidi, patatine fritte, olive, il tutto accompagnato da due Gin tonic, me ne tornai a letto.
Avrei fatto vedere il pugnale all’ingegnere per chiedergli cosa ne pensasse non appena ci saremmo visti, mentre mi ero ripromesso di raccontare a Fatima tutte le sensazioni che avevo provato durante l’acquisto.


L’arrivo di Fatima era previsto per martedì e quel giorno l’ingegnere mi passò a prendere per andare insieme in aeroporto. Ero abbastanza intimidito alla presenza dell’ingegnere e non mi precipitai incontro alla figlia per abbracciarla. Lo fece lei e, prima di salutare suo padre, mi volò quasi addosso. Il calore del suo corpo stretto al mio mi fece un certo effetto: chissà come avremmo passato quella notte…

La sera a cena non si parlò di lavoro, Fatima era un fiume in piena nel raccontare quante ne avesse combinate nei pochi giorni che non ci eravamo visti. Al momento opportuno, andai a prendere il pugnale che avevo lasciato in una custodia all’ingresso per mostrarlo. E come un bimbetto emozionato aspettai in piedi i commenti.

L’ingegnare prestò  attenzione al mio racconto, mostrando interesse. Al contrario Fatima mi canzonò, quasi schernendo il mio candore da bimbo incantato dalla novità e dall’esotico, arruffando tutti i miei capelli.

Al suo scherno, risposi sommessamente, senza dimenticare di riporre prudentemente il pugnale nella custodia per il timore che Fatima potesse farmi qualche brutto scherzo… non era nuova a queste cose.

La serata si concluse sorseggiando una coppa di champagne nello splendido terrazzo dell’ingegnere per festeggiare l’arrivo di Fatima. Poi, presi le mie cose e feci come se volessi ritornare in albergo, ma con sorpresa Fatima volle venire con me. Con aria sorniona, mi chiese di portarla a ballare mentre saliva con me in taxi; lo feci, salimmo in camera e ballammo intensamente tutta la notte per poi addormentarci alle prime luci dell’alba.

Il sole irruppe in tutto il suo splendore in camera. Avevamo deliberatamente lasciato aperte le tende per paura di mancare al mattino l’appuntamento con il padre, importante per poter pianificare il lavoro che ci attendeva.

Osservai Fatima a pancia in sotto, mentre si lamentava per il sonno che aveva ancora. Le sue forme erano perfette, vi passai la mano per accarezzarle, per poi delicatamente voltarla contro di me e baciarla voluttuosamente. Facemmo ancora l’amore lì, sdraiati sul letto inondato di sole. Poi una doccia veloce insieme, un caffè e una fetta biscottata imburrata mangiata frettolosamente in taxi. Ci apprestavamo ad andare da suo papà che ci attendeva…