Eremitare come stile di vita per conoscere se stessi

Quando con Lolita Gulimanoska abbiamo curato il libro “La magia della resilienza” non avrei mai pensato che eremitare potesse giovarmi molto più delle ricette resilienti.

Ascolta

 

Pensavo che aver ripescato dal linguaggio ingegneristico la parola “resilienza” per adattarla alla moda del momento, con la presunzione di dare forza alle menti e resistere alle intemperie della vita, sarebbe stato l’uovo di Colombo capace di sollevare dalle pene gli uomini fragili.  Non è stato così, passata la sbornia che aveva portato ogni cosa ad essere pubblicizzata come resiliente tutto è tornato come prima, compresa la resilienza che per sua fortuna non aveva mai abbandonato le proprie origini ingegneristiche.

Dunque, eremitare sembrava un’altro passaggio a Nord Ovest per trovare la strada della pace interiore e della serenità d’animo. È così è stato, almeno per me! L’uomo cerca la via della consapevolezza dalla notte dei tempi. E dalla notte dei tempi ognuno ha preso quella direzione che pareva per sé la più idonea per trovare se stesso. I nomi attribuiti a tali percorsi sono infiniti ma tutti degni di essere riconosciuti e ricordati, perché se solo un uomo ha trovato la pace che cercava nel suo cammino è giusto che il mondo si inchini al risultato di pace che ha raggiunto.

La mia pace l’ho chiamata “eremitare”, non sapevo perché, né tantomeno dove mi conducesse ma alla fine, un po’ per gioco e un po’ per disperazione, ho trovato quelle che per me è stata la panacea dei miei rimpianti trasformati, come per incanto, in quella forza “resiliente” che avevamo cercato in gruppo per un tempo quasi infinito.

Il buio e le ansie che esso comporta sono diventate luce e speranza e il rimpianto per ciò che doveva essere e non è stato si è trasformato nella ricchezza di esperienze vissute nel tentativo di raggiungere consapevolezza e serenità.  Ho poi imparato ad amare le persone per quello che sono e non per quello che avrei voluto che fossero; e, anche qui, tutto mi è apparso chiaro. La mia era una rincorsa affannata e inutile a convincere gli altri della mia “debole” verità, ma si trattava solo di egoismo.

Anche eremitare è un atto di fede: quell’atto di fede verso me stesso che ha permesso di aprirmi ancora una volta al mondo per eremitare da questo. Oggi, seppur tra alti e bassi, vivo il mio personalissimo eremitare come un viaggio dentro di me nella speranza di capire chi sono e dove sto andando. Una sorta di filosofia socratiana, per la quale la verità è accessibile solo attraverso il dialogo con l’altro, nella consapevolezza dell’iniziale “so di non sapere” che guida, come un navigante senza ancore, il viaggio verso il “conosci te stesso”.

Questo dialogo, nel mio eremitare, è tra me e me; o meglio, tra me e “l’altro da me” che l’io rinchiude. Ne ha guadagnato anche l’aspetto esteriore, perché dal mio sguardo si intuisce uno stato di serenità che, a livello cosciente e nella vita di tutti i giorni, non avverto con evidenza. Invece, a pensarci bene, lo sono eccome!

Immagine in evidenza: opera di Nicolai Ivanovich Fechin