Eremitare per ripensare l’Italia del sorriso

 
Ascolta

 

Erano i tempi in cui c’era poco da sorridere, le difficoltà economiche erano enormi, ma la classe politica era attenta alle spese che aveva ridotto al minimo e perfino nei piani più alti del Palazzo non si sprecava da mangiare; pensate, anche un frutto veniva diviso in due. Tutto questo dava fiducia alle famiglie che si apprestavano a ricostruire il Paese.

Gli anni Cinquanta si presentavano difficili, ma tutti erano di buon umore e dire che la Guerra era già finita anni prima. Nonostante ciò gli uomini fischiettavano e le donne cantavano mentre stendevano il bucato, nessuno prevaleva sull’altro e ognuno lavorava per ciò che sapeva fare: non ci si inventava di fare il medico se aveva conseguito una laurea in architettura.

Erano i tempi dove Totò a Napoli, Sordi a Roma e Bramieri a Milano facevano il mestiere di regalare un sorriso a chi si portava la sedia da casa per vedere la televisione al bar. Il cinematografo faceva girare le sue pellicole così tante volte che ogni tanto si interrompeva lo spettacolo per permettere all’operatore di incollare la pellicola che si rompeva per l’usura.

C’era chi al cinema ci passava l’intera domenica per quanto aveva bisogno di eremitare verso quei pensieri che gli permettevano si solcare i mari per conoscere nuovi mondi.  
Ma le persone, nonostante i patimenti veri, trovavano la forza per essere positive e porgersi al futuro con fiducia e buon umore.

Poi, l’avvento del benessere ci ha portato ad incrinare la fiducia tra uomo e uomo che insieme avevano fatto immensi sacrifici per ricostruire il Paese, per dare speranza ai figli: erano i nostri padri e i nostri nonni che con fare burbero ci avevano messo sulla retta via, dosando l’amore con la severità.

In una manciata di anni tutti si poterono permettere la lavatrice, il televisore, la macchina e la casa, mentre l’Italia superava gli altri Paesi come Pietro Mennea i suoi avversari durante le Olimpiadi di Roma. Il calendario si lasciava alle spalle gli anni Cinquanta per regalarci il meritato successo che abbiamo colto nel decennio successivo: l’ENI di Mattei surclassava una concorrenza esterrefatta.

In quel tempo eremitare era soprattuto la costruzione di uno spazio, uno spazio dove tu e solo tu potevi decidere il “tempo” delle cose. Nessun riferimento alla vanagloria, ovvero quella del compiacimento di sé che, pur senza alcun fondamento di meriti effettivi, determina una smodata ambizione.

Appunto, l’ambizione. Cos’altro se non quell’ambizione per la quale è fondamentale la ricerca dello spazio interiore dove si custodiscono con tanta gelosia i propri pensieri?

Ecco, allora, che eremitare è sopratutto “lo stare” sospesi tra la coscienza e la passione; lì, in quella zona discreta dove non conta più se vinci o perdi, se il mondo c’è o non c’è, se gli agnelli piangono o il trono è d’oro. Li, è solo lì, puoi eremitare e prepararti per il compito più ambizioso della tua vita: amare te stesso per imparare ad amare il prossimo. E insieme, come i nostri padri, ricostruire l’Italia del sorriso.