• domenica , 19 novembre 2017

Eremitare oltre i limiti

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Il limes romano era il confine, la linea ideale che separava la civiltà dalle barbarie. Era idealizzato in Terminus, divinità posta a guardia delle frontiere e delle linee di demarcazione. Toccava una grave condanna ai sacrileghi che osassero spostare le pietre terminali.

L’uomo della modernità sembra avere un rapporto ambivalente con i limiti. Superare i propri limiti è un concetto positivo, andare oltre i limiti è un concetto assolutamente negativo. La differenza sta tutta in quell’aggettivo possessivo. Se il limite è mio, posso farci quel che mi pare, ignorarlo, denigrarlo, estenderlo, adorarlo, temerlo, dissacrarlo. Se il limite è di tutti e di nessuno, bene comune della collettività, ho le mani legate. Devo tenerlo in grande rispetto e non potrò modellarlo a mio piacere.

L’eremita vecchio stampo ignora i limiti. Scavalcandoli, si pone al di là del confine, al di là di ciò che è sicuro, civilizzato, ordinato. È al di là della sicurezza, del benessere, d’una vita facile. Agli uomini che rimangono in società questa eccezione non disturba. L’eremita è andato al di là delle pietre miliari ma non le ha spostate. Rimangono lì, a demarcazione tra civiltà e natura selvaggia, tra ciò che è conosciuto e ciò che ignoto. 

Il campanello d’allarme per l’ordine costituito risuona quando l’eremita non si limita ad andare al di là delle pietre terminali, ma le spinge con sé e le trascina lontano con l’aiuto di altre donne e uomini, espandendo i loro e i propri orizzonti. È allora che l’eremita si fa profeta, forza rivoluzionaria in grado di vedere le cose del mondo da un punto di osservazione privilegiato. Non è in mezzo alla città che capisco come sono state pianificate le sue strade e i suoi edifici, ma dall’alto della montagna che la domina. 

Farsi eremita è andare oltre i limiti, mettere in dubbio le regole, se non addirittura infrangerle dopo un’attenta riflessione e una scelta ragionata. Si può storcere il naso di fronte a questa idea, ma ricordiamo che persino l’aberrazione di considerare un essere umano proprietà di un altro è stata un tempo una regola, così come la disparità dei diritti tra uomo e donna, così come il divieto di un uomo di amare un altro uomo o di una donna di amare un’altra donna. Quante altre sono le regole e gli obblighi prestabiliti che accettiamo in maniera acritica e che ai figli dei nostri figli sembreranno vestigia ignobili del proprio passato? Quali di questi discendenti saranno eremiti e profeti in grado di propiziare il cambiamento? Quanto già possiamo aiutarli nella loro opera, interrogandoci sulle nostre norme e sulla loro legittimità? Non è detto che l’umanità proceda sempre verso maggiore benessere e maggiore libertà. È una bella bugia che ci si racconta per augurarsi il meglio, ma confutata con facilità da numerosi esempi.  Ciro il Grande di Persia aveva abolito nella schiavitù, millenni dopo la civiltà occidentale si è macchiata del crimine indelebile della tratta degli schiavi. Anche le insuperabili barbarie del Novecento le conosciamo, purtroppo, bene. 

La Storia non procede su una strada diritta e senza bivima torna sui suoi passi, discende e risale, si perde tra sentieri tortuosi e spesso incappa in vicoli ciechi, e se si procede senza riferimenti e senza prestare attenzione si rischia di tornare indietro, al punto di partenza.

I limiti sembrano tanti, e di difficile lettura. Alcune ingiunzioni sono doverose e necessarie, altre, osservate con occhio critico, svelano la propria poca sostanza. Procediamo con cura e attenzione. Individuati i confini, le pietre miliari di questa lunga strada, riconosceremo che l’unico grande limite, origine e quintessenza di tutti gli altri, è il confine che poniamo tra noi stessi e gli altri, tra “io” e il mondo. È un limite inerente, un muro per sua natura invalicabile, ma con l’empatia, il sapersi calare nella prospettiva altrui, il saper immaginare d’essere la persona di fronte a noi, abbiamo il dono di riuscire a sbirciare, di tanto in tanto, attraverso le sue crepe.

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