Eremitare dai moralisti e dai bigotti per riscoprirci uguali nella “diversità”

Ci sono condizioni sociali che quasi obbligano l’uomo “diverso” alla reclusione psicologica, perché anche quella collettività “buonista”, sempre prodiga di belle parole in realtà lo evita. E lo si capisce già dall’uso impertubabile del condizionale come a dire, per esempio “per carità, è giusto che tu ambisca ad insegnare, ma sarebbe meglio soprassedere”. Ecco, vorrei definirla – per l’appunto – la società dei “sarebbe”!

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Ed ecco che di “sarebbe” in “sarebbe”, quegli uomini e quelle donne che nascono in un corpo che vivono come gabbia perché non si riconoscono sono costretti a mentire a se stessi, prima ancora che agli altri.
I bacchettoni, per quanto circoscritti al medioevo, quasi li capisco, nel senso che non nascondono le loro avversità verso il diverso, che inconsciamente vorrebbero relegato in casa come i giovani Hikikomori.

Quello che non capisco è l’ostentazione di ogni cosa da parte di alcune persone fragili, che non ha nulla a che vedere con la liberazione dell’anima. Ci vuole quel senso della misura che hanno le giovani generazioni; ragazzi che si presentano alla vita con la testa prima ancora che con il corpo e che non hanno necessità di mascherarsi per rivelare i sentimenti che provano, ma usano l’intelligenza.

Certo, non posso disconoscere che se non ci fossero state manifestazioni colorate e spesso esasperate a sfondare il muro dell’ottusità di molti uomini, forse oggi la diversità non sarebbe così consapevolmente naturale da parte della società (anche se la strada da percorrere è ancora lunga).

Le ultime generazioni hanno trovato il loro posto nel mondo grazie proprio a quella consapevolezza e quel senso della misura che ha consentito loro di eremitare da loro stessi, divenendo così una brillante classe dirigente del Paese. Hanno dato perciò una grande sterzata rispetto alla generazione precedente, comprendendo che il senso della misura è il giusto esempio affinché i ruvidi facinorosi siano loro a ghettizzarsi nei secoli passati.

I giorni scorsi è stata inaugurata a Milano una mostra fotografica che racconta il bullismo: “Ri-scatti: amico fragile”: una coraggiosa esposizione di fotografia sociale per raccontare come impatta il bullismo sulla vita degli adolescenti. Quest’anno i protagonisti sono gli stessi adolescenti vittime dei casi di bullismo e cyber-bullismo.

Questo coraggio di eremitare attraverso la fotografia è un liberatorio e luminoso riscontro per i Ri-scatti dalla fragilità che danno una risposta a quanti strizzano l’occhio al medioevo.