Beirut, inizio a eremitare

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Arrivai a Beirut di venerdì. Fui felice che l’ingegnere mi fece arrivare proprio di venerdì, perché da sempre per me il venerdì è un giorno fortunato, così come lo sono i numeri sette e diciassette. Queste mie scaramanzie furono confermate alla roulette. Infatti, entrato al Casino du Liban e prima dello spettacolo, andai a curiosare tra i tavoli da gioco, dove un brulicare di persone erano attratte dal rumore della pallina che correva saltellando da un numero all’altro, mentre il croupier con la sua voce impersonale diceva “Rien ne va plus, les jeux sont faits”.

Puntai la mia unica fiche, unica perché mi era stata consegnata gratuitamente all’ingresso, sul numero sette nel primo tavolo del grande salone che incontrai sulla mia destra e vinsi, en plein. Il croupier mi pago 36 volte la posta tra gli sguardi stupiti e allo stesso tempo ammirati degli altri giocatori.
Ritirai la mia vincita, cambiai le fiche alla cassa dove mi consegnarono 360 dollari sonanti in pezzi da 20 e andai a vedere lo spettacolo.

Curioso, perché ogni volta che giocavo a poker con gli amici il sabato sera perdevo abitualmente e, a partite terminate, chiedevo sempre un ultimo giro, nella speranza di rifarmi. Tuttavia, inesorabilmente, continuavo a perdere. In quel frangente, invece, non sentivo alcun bisogno di sfidare nuovamente la fortuna, nella speranza di accrescere il bottino guadagnato. Interpretai la mia immediata uscita in attivo dal tavolo da gioco come un segno di improvvisa maturità e buon auspicio.

Mi ritirai in camera per coricarmi, ma non riuscii a prendere sonno. L’emozione di essere lì scuoteva i miei nervi e l’adrenalina mi teneva attivo e vigile. Quasi come se non volessi rinunciare neanche un attimo a godere pienamente ciò che stavo vivendo.
La luce in camera era spenta ma dall’enorme finestra che dava sul balcone arrivava prepotente un bagliore argenteo: era la luna che si specchiava sul mare.
Sdraiato sul letto e con lo sguardo rivolto all’orizzonte e al riflesso di quella luna piena e abbagliante, mi sentivo come un atleta prima della gara: il mio cuore andava a mille ed io ero giunto in finale.

La prima notte la passai così: insonne ed emozionato. Alle prime luci dell’alba, indossate una tuta sgualcita e un  paio di scarpe da ginnastica, uscii a spasso sul lungomare dove la caotica vita della città non si ferma mai. Mi fermai io, seduto sulla spiaggia a ringraziare la Dea bendata che mi aveva accarezzato e dato la possibilità di realizzare ciò che avevo sempre sognato. Ora dipendeva da me se meritare o no tanta abbondanza di occasioni. Tornai all’Hotel Fenicia, dove il giorno prima avevo incontrato Felice Riva, presi velocemente un caffè al Bar e salii in camera a fare la doccia.

Uscii nuovamente verso le otto del mattino, presi un taxi concordando il prezzo giusto per farmi scorrazzare per la città. Volevo avere una panoramica approssimativa di dove mi trovassi e di quale forma urbana avesse Beirut. Una sorpresa dietro l’altra: mai visto nulla di simile! In mezzo a rumori e profumi, Beirut pulsava di vita. Vecchie e scassate auto facevano zig zag in mezzo alla gente pigiando il clacson come in un suono armonioso. Ricordo infatti che non si trattavano affatto di rumori stridenti.

Mi feci scaricare, dal mio bizzarro autista, al Manara Palace Cafe per gustarmi il miglior gelato di Beirut, promettendo a me stesso che la volta successiva avrei visitato il centro a piedi. Realizzai quel proposito già nel pomeriggio: sentivo la pulsione di comperare un souvenir, un portafortuna, e dovevo farlo subito. Non si trattava di un acquisto ponderato, ma frutto di uno slancio emotivo.

Trovai un tugurio che dai noi definiremmo antiquario; in un baleno individuai un vecchio pugnale impolverato che quasi non si vedeva per quanto fosse coperto da un insieme di chincaglierie. Fu amore a prima vista, quasi mi fosse appartenuto da sempre. Al commerciante, senza denti e con l’alito puzzolente, si accesero gli occhi come una lampadina e comincio a blaterare parole a me incomprensibili. Credo mi volesse descrivere le meraviglie dell’oggetto. Lo comperai senza tante storie. Quel pugnale, non so come, ma in qualche modo mi apparteneva già e dovevo assolutamente riappropriarmene.

Parlerò prossimamente di quell’oggetto che per me ebbe una forte carica simbolica. Per il momento, il mio eremitare si conclude provvisoriamente qui. Il passato, come sempre, carica la mente di ricordi lontani che a fatica si lasciano intravedere in mezzo alla fitta nebbia del tempo trascorso. Eremitando, do sfogo al mio desiderio di agguantarli.