• mercoledì , 13 dicembre 2017

Eremitare, un nota di riconoscenza al suo verbo

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Chi non ricorda Cosimo Piovasco di Rondò, il giovane che scelse di salire un un albero del giardino di casa per un litigio con i genitori e passare da un ramo all’altro per il resto della vita? Per lui era una scelta indispensabile che gli consentiva di assistere da lontano ma anche da vicino i fatti e le gesta che si susseguivano nella società.

Da lassù la partecipazione era evitata, almeno emotivamente, il distacco con la realtà, pur illusorio, tornava come una forza ritrovata, un modo di analizzare le cose senza che queste venissero contaminate da significati terreni. Un voler trovare il luogo di un eremitaggio senza dichiararne mai la sua scelta, ossia quella di “Eremitare” in modo perpetuo e senza mai immaginare che sarebbe stato per sempre. Cosimo non si arrenderà e non scenderà mai a terra, rispettando per sempre la propria promessa. Quando gli alberi diventarono rami secchi e vedendo in cielo una mongolfiera, si aggrappò ad un cima penzolante e scomparve all’orizzonte.

Eremitare è dunque il “verbo” più esaustivo che l’autore, Angelo Santoro, poteva dare a questo suo modo di vedere la vita. La brevità dei racconti ci portano dentro ad un modo di interpretare quel distacco emotivo che sempre più ognuno di noi cerca per affrontare meglio la propria vita senza però andare in luoghi solitari. Un modo dolce e poetico per raccontarsi e raccontare visioni diverse da quelle stereotipate che ci vengono offerte tutti i giorni.

Non è difficile rimanere sorpresi per la capacità ironica che contraddistingue la morale di ogni narrazione, che ci porta a identificarci in ogni storia, trasportati da un senso di vera partecipazione.

Ma eremitare é anche un sottoporre al lettore una visione diversa, un sentimento che appartiene piuttosto alla cultura contemporanea, dove compare maggiormente la solitudine. Ecco che si può essere eremiti anche dentro alle mura di casa o in mezzo alla folla della piazza, senza esserne pienamente coscienti tutti siamo diventati dei veri eremiti urbani, con lo stesso abito portato al lavoro o il dovere di andare prendere i figli a scuola.

In un susseguirsi di fatti accuratamente descritti, troviamo una forma di coscienza che prelude alla consapevolezza di una non decisione, di una non certezza, di una metafora che illude il sogno, e dove un istante dopo tutto riappare al suo posto, forse come articolo di fondo in un giornale dimenticato sulla panchina.

Antilia

Roma, 7 dicembre 2017

 

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