Uno sciopero “sine die” ci salverà dalla povertà

La metà degli italiani sono diventati poveri e poverissimi in pochi anni, mentre in pochi anni una manciata di uomini dalle sembianze italiche sono stati sorteggiati ricchi e ricchissimi a danno degli impoveriti.
Un esempio significativo è quello che la maggior parte di loro non si può permettere le cure mediche più importanti, pur lavorando. Infatti, una percentuale che sfiora il 20% guadagna cinque euro netti l’ora e non lavora con certezza di continuità.

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La maggior parte di questi lavori sono considerati “umili”, oltre a non essere assunti direttamente dalle amministrazioni e dalle imprese. Esempio, negli ospedali non ci sono più ospedalieri, perché quando le ASL hanno bisogno di infermiere o manovalanza chiedono alle cooperative il personale di cui hanno bisogno, quindi i lavoratori di ultima generazione sono occupati nella sanità ma in realtà sono dipendenti delle società di servizi, le quali prendono gli appalti che spesso a loro volta subappaltano ad altri. E alla fine della filiera di questa catena di Sant’Antonio arriva il lavoratore vero, colui che viene retribuito con la parte rancida della torta, quella buona se la pappa il capolarato di Stato.

Ricapitolando, per la maggior parte queste attività sono considerate di servizio: donne delle pulizie, operatori ecologici, autisti, inservienti, fattorini, camerieri, badanti e lavoratrici di cura.
Ora, per essere più crudo ed efficace nell’esempio vorrei che immaginaste se le sole persone addette alle pulizie e alla raccolta dell’immondizia scioperassero a tempo indeterminato lasciando letteralmente nella cacca le famiglie più agiate, le città, gli uffici e le amministrazioni pubbliche, gli ospedali, le scuole, le pattumiere e sporchi i cessi: riuscite ad immaginare la scena? La vedete?

Il punto è che questo auspicabile sciopero dovrebbe essere davvero generalizzato, impedendo che gli scioperanti siano rimpiazzati da crumiri, altri poveri disgraziati disponibili per altrettanta disperazione a sostituire in emergenza i primi poveri disgraziati. In questo caso, si avrebbe la soddisfazione di minare l’insopportabile sicumera della classe benestante che, finora, se ne è sempre fregata. Dal canto loro, che necessità  avrebbero di sporcarsi le mani per frenare “le assurde ambizioni” dei poveri, quando questi potrebbero essere in ogni momento sostituiti con altri poveri pronti a strapparsi il cuore fra loro?!

Per questo sono nati i sindacati a cui dobbiamo le conquiste salariali e i diritti sociali del secolo scorso! A proposito, ma che fine hanno fatto? Dove sono finiti? Come hanno potuto permettere che succedesse tutto questo? Sì, solo uno sciopero sine die aiuterà la povertà, con l’aiuto di un’imponente operazione di solidarietà nazionale che sostenga le esigenze più immediate dei lavoratori. Uno stop al lavoro portato avanti con tutta la violenza gandhiana possibile.

Chissà, forse i poveri, gli impoveriti, e gli arrabbiati si aspettavano un governo che comprendesse queste ragioni e non un Reddito di Cittadinanza che certificasse pubblicamente le loro condizioni di povertà marchiandoli a vita, alla faccia della privacy.
La speranza è data esclusivamente da una prospettiva di lavoro dignitoso e da una equa spartizione sociale delle risorse economiche. O meglio, da coloro che, in nome di una giustizia sociale più aulica, sono disposti a realizzarla.