Spiati e spioni

Ho curiosato un po’ tra le differenti culture del mondo, però non mi è sembrato che nelle altre comunità – barbare o evolute che siano – ci fosse questa forma maniacale di spiare ogni persona, conosciuta o meno. Direi che il pettegolezzo da lavandaia è soprattutto tipicamente italico, una caratteristica del nostro modo di essere che oggi ha trovato nei social la realizzazione suprema.

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La perversione dell’animo umano, quella che prima potevamo solo ipotizzare in un ghigno o in una parola fuori posto, oggi trova ampio spazio sui social, dove si esaltano e si distruggono miti in poche ore. Macchine del fango che si avviano assieme a tante altre macchine idolatranti (è il caso di coloro che, come alcuni politici, sanno fare un uso sapiente della rete) intrigano il mondo di internet. Come se vivessimo in un infinito girone infernale, tutti hanno gli occhi puntati su tutti, vicini o meno. Questo immenso bacino di potenziali consensi ha colto la cupidigia e la bramosia di chi vende prodotti commerciali e negli ultimi anni anche dei politici, con una progressione incredibile.

Si pensi che nei Paesi industriali più avanzati le democrazie vengono conquistare con i Facebook e i Twitter, simpatie e antipatie per questo o quel politico si conquistano per uno spot che intriga il consumatore: il punto è che se si tratta di una merendina, quando ti viene a noia, dall’oggi al domani, non la compri più. Ma se è un politico, invece, lo devi tenere per un intero mandato.

Un po’ come aver acquistato una partita di tonno che poi la devi mangiare anche se diventi allergico al fosforo (magari perché sei già troppo intelligente) o ti viene da dare di stomaco solo a sentirne l’odore. Forse prima di concedere la nostra fiducia dovremmo essere più attenti a queste cose, prevedere le conseguenze di certi fenomeni e delle stesse nostre azioni.

I politici, secondo uno stereotipo che esiste dalla notte dei tempi, sono bugiardi e non bisognerebbe pertanto credere troppo alle loro promesse da marinaio. Ma in un certo senso, oggi, non lo sono più, perché non fanno altro che vendere e propinarti quello che ti vuoi sentir dire. Vivi in un quartiere che il turismo di massa e la movida ha trasformato in un “divertimentificio” per giovani con tanto di immigrati pusher che offrono la loro merce al centro della piazza e a fine serata li vedi pisciare sui lampioni della luce vandalizzati dalla movida?

Basta che faceboook diventi lo sfogatoio degli abitanti del quartiere per attirare subito l’attenzione del politico di turno che, sull’onda del malcontento, costruisce la propria campagna elettorale permanente. Bastano due-tre slogan buttati là: la sicurezza, troppe licenze per locali e consumo d’alcol e un colpo agli immigrati clandestini che non guasta mai e il gioco è fatto. Il successo, per quanto momentaneo e sulla cresta dell’onda, è assicurato!

Se i parlamentari di schieramenti opposti si azzuffano fintamente, su uno specifico argomento, scambiandosi insulsi feroci è tutto preordinato, perché si incontrano di nascosto e scrivono copione e battute per allietare gli spettatori che davanti al telefonino consumano una quantità industriale di commenti e like, parteggiando per il commediante preferito.

Mi chiedo se i romani al Circo Massimo millenni fa non facessero la stessa cosa? Possiamo dare il nostro consenso per governare un Paese a chi cavalca il malcontento, il bisogno percepito di sicurezza e l’antipatia percepita per i migranti? E degli altri argomenti cosa ne facciamo? Una comunità complessa per essere governata avrebbe bisogno di preparazione, discrezione e competenza su ogni argomento.

Il punto è che ce ne accorgiamo solo quando è troppo tardi. Allora poi, magari, scendiamo in piazza come fanno i gilet gialli in Francia, dopo essersi accorti che aver osannato Macron come il Presidente “del cambiamento” – “Revolution” era il titolo del libro di Macron – è stato solo il frutto di un abbaglio. Ma piuttosto di vagliare meglio quelle promesse e quella speranza che erano solo una finzione, creata ad arte per un pubblico spettatore-consumatore, preferiamo continuare ad essere complici di questo gioco infernale: quello del popolo della rete che recita alternatamente la parte degli spiati e degli spioni.