Dieci migranti che sembrano mille

Le persone che arricciano il naso spesso si lamentano dei migranti africani che, in un modo o nell’altro, arrivano in Italia. Si lamentano della loro religione, dei loro costumi, ma soprattutto si lamentano perché li trovano impacciati ad integrarsi… come se non fosse colpa nostra, della nostra incapacità di dar loro una prospettiva di integrazione. E i più razzisti sono poi i primi a gradire o per lo meno a non disdegnare l’immigrazione dall’Est Europa, Ucraina in primis, dove la situazione economica è drammatica quanto quella di molti Paesi africani.

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Eppure le nostre tradizioni culturali e geografiche ci hanno sempre visto protagonisti e complici degli Stati che affacciano sul Mar Mediterraneo. La penisola italica ha prosperato e commerciato con quei popoli nei millenni. In alcuni particolari momenti, a ridosso dell’anno Mille, sono stati molti i nobili straccioni d’Europa che, affamati e ammalati di peste, si sono pittati una croce rossa sul petto e, battezzatosi crociati, sono andati a razziare la città di Gerusalemme.

Siamo andati anche a Nord, è vero, ma più dalla parte della Britannia che slava. Ma negli ultimi mille anni il mondo è profondamente cambiato. Persino, gli africani di Scipione ormai hanno ben poco. Molti migranti che arrivano in Italia appartengono a culture profondamente differenti dalla nostra, capitalistica e occidentale. Questa è la ragione principale per cui, al netto della nostra capacità di integrazione e offrire loro una prospettiva professionale, non riescono a lavorare come vorremmo noi occidentali.

Alcuni, provenienti dal centro Africa, sono socializzati a una cultura per lo più tribale, abituati a ricevere ordini in modo brusco dal capo villaggio. Immaginate come possano relazionarsi a un mondo del lavoro in cui le gerarchie non sono esplicite e autoritarie, per lo meno non formalmente e visibilmente tali. Un mercato del lavoro formalmente “liberale”, in cui a contare sono molto più le skills individuali, piuttosto che l’intercambiabilità di ruoli e mansioni; dove contano enormemente le capacità relazionali e culturalmente e socialmente apprese. Ad esempio, già un tedesco ha meno capacità di un italiano nel problem solving – si sa, noi italiani “fanfaroni” siamo per altri versi molto “creativi” e pur di cavarcela venderemmo la fontana di Trevi a qualche crucco, come nel film di Totò – ma ne ha di più quanto a precisione esecutiva e rispetto delle norme… pensate che significa per un non europeo africano, non avvezzo alle regole della civiltà capitalistica.

Così, tra assenza di percorsi istituzionali di integrazione, penuria d’offerta di lavoro (che coinvolge persino un terzo dei giovani italiani) e disposizioni culturali radicalmente diverse, ecco che alcuni africani che non ce la fanno e restano esclusi li si vede stazionare fuori dai supermercati a chiedere il carrello della spesa per incassare l’euro. Altrettanto invadenti ci paiono quando li incrociamo per strada o fuori i cimiteri o le chiese con la mano tesa e il cappello in mano a elemosinare. Il non plus ultra dell’intolleranza scatta quando, in assenza di un tetto e divenuti clochard, li vediamo occupare le sale d’aspetto delle stazioni o degli ospedali per risposare un po’. Ma d’altronde, da qualche parte debbono pure andare questi poveretti!

Da una parte, quindi, la responsabilità è delle carenze delle istituzioni e dei servizi sociali – su cui pesano i drastici tagli al welfare imposti dalla Troika all’esplodere della crisi -, dall’altra di quella che sembrerebbe una loro innata indolenza (ma si chiama, in realtà, differenza culturale). Per questo motivo, in Italia dieci migranti sono percepiti come fossero mille.