Ci aspettano generazioni di anaffettivi

 

 

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Invece che alimentare le capacità emotive e analitiche del bambino, li facciamo crescere dentro una società sempre più passiva alla ricezione degli stimoli come quella digitale che inibisce lo sviluppo di capacità analitiche e riflessive.

Genitori e scuola, come in un devastante incesto che influirà nella vita futura del piccolo, sempre più spesso chiedono l’insegnante di sostegno solo se il ragazzino preferisce giocare con i lego piuttosto che con il tablet della mamma… lo stesso tablet che prima o poi gli verrà donato dai genitori per togliersi di torno tutti quei noiosi “perché” che da bambino si dicono e che rappresentano per un figlio un’occasione di crescita della socialità e socializzazione al mondo degli adulti.

Dietro il “perché il mondo è tondo?” o il “perché col telefono si può parlare senza vedersi?” c’è non solo lo sviluppo di una capacità riflessiva sul mondo e su ciò che, da adulti, si considera ovvio e dato per scontato (la tecnologia che adoperiamo senza conoscerne le cause tecno-fisiche di funzionamento, oppure le norme sociali che regolano la nostra convivenza in società), ma rappresenta un percorso iniziatico verso il mondo degli adulti con le sue regole implicite ed ascritte e le sue norme comportamentali; un processo dunque che i sociologi e gli psicologi chiamano “di socializzazione”.

Oggi, invece, sembra che le scuole subiscano le intrusioni di mamma e papà che crescono i propri figli sul divano a caccia di like per le imbecillità che pubblicano sui social.

Nel titolo azzardo una previsione senza avere le competenze di uno stregone, ma credo davvero che le prossime generazioni saranno distaccate dalla realtà, o comunque vivranno quei modelli che li priveranno delle loro capacità emotive.
Li stiamo facendo crescere in una società che impedisce l’analisi, la riflessione e l’espressione consapevole delle proprie emozioni, e ciò è diretta conseguenza di rapporti familiari anaffettivi che preferiscono coltivare più il materialismo superficiale del consumo del tempo libero attraverso social e mass media, piuttosto che lo sviluppo “spirituale” e umano degli individui e relazioni affettive coerenti con modelli pedagogici sani e orientati allo sviluppo delle capacità dell’essere umano.

Ma porca miseria: possibile che scuola e famiglia non si rendano conto dell’importanza di dialogare con gli alunni?!  Persino parlare della gazza ladra che si è appollaiata sul davanzale di una delle tante finestra col vetro rotto della scuola ha più valore dei like messi su una foto del pranzo della domenica coi genitori al Mc Donald’s.
Possibile che solo ipotizzare una pausa dal mondo digitale di interconnessione permanente e istantanea provochi la reazione inconsulta dei dirigenti scolastici e di mamma e papà che vedono nel digitale l’unica speranza di futuro per i ragazzi?

Non è forse stata la stessa cosa, negli anni Novanta, quando migliaia di giovani si sono fatti ubriacare dal mito della new economy e della finanza, convinti che sarebbe stato il futuro? E giù allora con master e specializzazioni in management delle organizzazioni finanziarie e business school che non hanno avuto altro effetto che allungare la catena della disoccupazione perché oramai la laurea non fa storia neanche per fare le consegne in bicicletta a due euro l’ora.

Se solo capissimo che i social e il mito della cultura digitale appiattiscono le mille sfumature della vita e l’idea del futuro come spazio aperto di possibilità a un eterno contingente, a un presente vuoto in cui confluiscono e si spengono le istanze di trasformazione individuali e collettive, forse allora la scuola e mamma e papà eviterebbero di spingere i bambini verso quel domani dove troveranno esaurite le attività che oggi si pensano vincenti.

Da qui l’importanza di rivalutare una cultura scolastica generale che alimenti la riflessione analitica e dia al bambino la possibilità di poter affrontare da adulto qualsiasi attività vorrà svolgere, con la certezza di essere attore consapevole nel mondo.
L’unica strada è tornare a scaldare le emozioni delle generazioni di anaffettivi che stiamo producendo.