• mercoledì , 13 dicembre 2017

Vite parallele

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13 gennaio 1958 – in un lago nei pressi di Tokyo vengono ritrovati i resti mutilati di un corpo umano. Viene creata un’unità speciale per investigare sul caso, guidata dall’ispettore Mukaida e dal suo giovane assistente. Il fotografo Yukichi Watabe ottiene il permesso di documentare l’investigazione, e decide di non soffermarsi sui particolari più macabri e pulp. Non appaiono mai la vittima, i sospetti, le armi. Il protagonista è l’ispettore, e la Tokyo del dopoguerra, una città che fatica a riconoscersi dopo i sacrifici, la miseria e la sconfitta, presa nel mezzo di quelle trasformazionisconvolgenti che porteranno il Giappone, da paese perdente e umiliato, ad essere per lungo tempo la seconda potenza economicamondiale.

Watabe segue l’ispettore, con le sue sigarette, lo sguardo intenso, l’impermeabile e il cappello, i diner alla Edward Hopper, come se assieme alle basi navali e aree gli americani avessero imposto al Giappone anche lo “stile Bogart” per i suoi investigatori, una sorta di contrappasso – Il Mistero del Falco era uscito nel 1941, lo stesso anno il Giappone aveva attaccato la base navale di Pearl Harbour. Ma l’ispettore Mukaida appartiene a un mondo diverso, più antico. La squadra speciale non troverà soluzione al caso. Sarà la polizia scientifica a rintracciare l’assassino grazie all’analisi delle impronte digitali. Il nuovo avanza, e tutto il resto viene sommerso, non è più l’epoca dei Bogart, delle femme fatale, del “suonala ancora, Sam”. A coronare questa vicenda, che sa di romanzo sul significato di identità e di trasformazione, c’è il movente del colpevole, che aveva tentato di appropriarsi dell’identità del malcapitato per sfuggire a un’altra indagine per omicidio. La fine della storia insegna che è impossibile cancellare del tutto il passato, perché qualcosa di tanto in tanto riaffiora.Come un dito da lago, come l’ispettore Mukaida e le sue sigarette alla Bogart da questo strano mondo nuovo.

25 ottobre 1965 – cessano i collegamenti radio tra l’astronauta Ivan Istochnikov e la base di lancio di Baikonur. La missione della navicella Soyuz II si rivela un fallimento cocente, e la propaganda sovietica cerca di sotterrare il caso, condannando Ivan a una damnatio memoriae. Sta alla tenacia del fotografo catalano Joan Fontcuberta, decenni dopo, tracciare le tappe della vita di questo misterioso astronauta con un lavoro certosino di ricerca di fonticoperte. Scova prove della precoce infatuazione di Ivan per le stelle nei suoi disegni da bambino, nel lettino a forma di razzo,segni di un destino già scritto. Recupera foto sfuggite alla longa manus dell’Unione Sovietica che lo mostrano circondato dalla folla festante, nell’atto di salire a bordo, fino all’iconico scattodella navicella Soyuz III, a cui avrebbe dovuto agganciarsi la gemella Soyuz II comandata da Ivan, che lo ritrae poco prima che il suo cavo di sicurezza si stacchi, forse a causa di un meteorite, e che Ivan si perda nell’immensità dello spazio, come il Major Tomdi Bowie. Space Oddity uscirà nel 1969, quattro anni dopo.

Il Giappone del dopoguerra, con un’identità da ricostruirsi, e la Russia della Guerra Fredda, sicura della propria identità di potenza mondiale, certa di non potersi mostrare debole. Mukaida e Istochnikov, due figure dall’identità così definita da essere quasi archetipali, l’investigatore e l’astronauta, uno sulle tracce d’un ladro d’identità, l’altro condannato alla perdita della propria, aessere dimenticato, a non essere mai esistito. Sappiamo che la realtà supera spesso la fantasia, ma queste due storie sono troppo belle per essere vere. E infatti non lo sono, o quantomeno non entrambe. Uno dei due è esistito davvero, l’altro no, ed è frutto d’un gioco, una provocazione d’uno dei due fotografi che in realtà ritrae sé stesso travestito, per insegnarci a non credere a tutto ciò che vedono i nostri occhi o che ci viene raccontato. Ma chi dei due ha mentito? Lascio a voi il compito di trovare la soluzione a questo enigma (vi basta una breve ricerca su internet), per non rovinare questo gioco di specchi, ma prima concedetevi un altro po’ di tempo per pensare se sia Watabe a essere Mukaida, o Fontcuberta a essere Istochnikov, o se in fondo lo siano entrambi, come ci suggerisce Flaubert con il suo leggendario “Madame Bovary? C’est moi!”.

Articolo ispirato a due mostre (“Diario di un Indagine” di YukichiWatabe e “Sputnik: L’Odissea della Soyuz II” di Joan Fontcuberta), parte della Rassegna Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro della Fondazione MAST, a cura di François Hébel.

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