• domenica , 19 novembre 2017

Norton I, Imperatore degli Stati Uniti d’America

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Un ambizioso imprenditore, un’impresa fallita, il tribunale che nella causa intentata contro i suoi fornitori, l’ultimo appiglio, decide in suo sfavore, la bancarotta. Un caso come tanti nella terra dei pionieri e degli avventurieri, nella California quintessenza dello spirito della frontiera americana, dove ci si può arricchire tanto quanto perdere tutto nel giro di un giorno. Non fosse che Joshua Abraham Norton, covando rabbia nella misera pensioncina in cui fu costretto ad abitare dopo il pignoramento delle proprie proprietà, si rifiutò di accettare che la fortuna gli avesse voltato le spalle. Se la prese con quelle istituzioni e quelle leggi che, a suo modo di vedere, lo avevano defraudato dei propri sogni. Il 17 settembre 1859 spedì a vari giornali di San Francisco il perentorio annuncio in cui si autoproclamava Imperatore degli Stati Uniti, assumendo il nome di Norton I, e dichiarava esautorate le istituzioni democratiche degli Stati Uniti d’America, abolendone il Congresso.

Doveva essere un fine estate parecchio noioso nella Baia, perché il comunicato ebbe ampio eco nella stampa locale, e Norton I, imperatore senza impero e senza esercito, divenne una celebrità. Joshua Abraham Norton prese a indossare un uniforme blu con bottoni e controspalline dorate, e a passeggiare per San Francisco con occhio attento ai bisogni del proprio regno e dei propri sudditi. Un’eccentrica figura delle tante che attraversano le grandi città, destinate a rimanere impresse nella memoria popolare o a svanire nella confusa nebbia del folklore locale. Forse un “idiotsavant”, perché foriero e acceso sostenitore, nei suoi buffi proclami, di due progetti che in seguito le autorità statunitensi misero effettivamente in atto, il ponte e il tunnel che collegano San Francisco a Oakland. Propose persino la realizzazione di una sorta di Società delle Nazioni, decenni prima che questa diventasse realtà. Una serie di mitomani iniziò a mandare proclami spacciandosi per lui – ma l’Imperatore degli Stati Uniti d’America poteva essere uno soltanto. Era amato dai propri concittadini, e ristoranti e bar riservavano un posto per l’Imperatore, dove accettava l’offerta di un pasto caldo e una birra con la dignità richiesta dal suo ruolo. Aveva preso addirittura a battere moneta e a farla circolare, valuta accettata in molti locali di San Francisco. Non che si fosse mai arricchito. Viveva della generosità della gente, o meglio, dei tributi dovuti a una Maestà Imperiale, senza abusarne. Entrò nel cuore dei suoi concittadini, e quando morì, l’8 gennaio 1880 più di trentamila persone accompagnarono il suo feretro al Masonic Cemetery di San Francisco.

Doveva essere una storia già sentita, già vista, dal finale banale e scontato. Il businessman che sovrastima le proprie carte e perde tutto il piatto, un “loser”, si direbbe nella cultura anglosassone, corrispettivo in quella frontiera che esalta il “self-made man” del nostro fatalistico “sfigato”. Joshua Abraham Norton, tuttavia, ha rifiutato di accettare questa etichetta, con un gesto di lucida follia che è un po’ come affermare di aver fatto blackjack mentre si è seduti a un tavolo da poker. Ha scompaginato le regole, perché il gioco si era fatto troppo crudele. Non avrà vinto, ma la Baia ricorda ancora con affetto Sua Maestà Joshua Abraham Norton I, Primo Imperatore degli Stati Uniti.

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