• lunedì , 20 novembre 2017

Cent’anni di Mughal

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“L’impero non ha più dolcezza, la vita stessa non ha più attrattiva per me, ormai” mormorò affranto Shāh Jahān, sovrano dell’Impero Mughal, ovvero di gran parte del subcontinente indiano, quando morì la sua moglie favorita, prima confidente e consigliera, la bella. Lo splendore del  Taj Mahal, fatto costruire nel 1632 comemausoleo all’amata, a ricordo imperituro del loro amore, testimonia un affetto profondo, al di là dei celebri vizi carnali dell’imperatore, che mantenne per tutta la vita un harem da 5000 concubine, dove da quel giorno passò molto del suo tempo, quando non si dedicava ad abbellire Āgrā e Delhicon l’altra sua grande passione, l’architettura, e con la propria magnifica prodigalità. Quando si ammalò, pare di una qualche malattia venerea, si sparse voce per l’impero che fosse in fin di vita. I suoi quattro figli, mandati a governare nei quattro angoli dell’India, misero mano alle armi e marciarono verso Delhi per assicurarsi il trono. Quattro figli, dalle personalità tanto diverse, archetipali e affascinanti da sembrare frutto dell’immaginifica penna di uno scrittore sudamericano.

Abbiamo il mite Dārā Shikoh, il primogenito, erede legittimo e designato, scelto dal padre per reggere le redini dell’Impero, filosofo e studioso, appassionato della cultura e della religione locale, fautore di un sincretismo tra Islam e le religioni originarie del subcontinente indiano verso il quale si adoperò attivamente, come mecenate di vari studiosi e componendo a sua volta delle brillanti opere. Il suo nome significa “grande come Dario”, un augurio, una speranza non avverata, perché fu magnanimo e illuminato quando il leggendario re persiano, ma non ne ereditò suo malgrado le doti di stratega. Della nostra storia è il tragico protagonista, il dolce principe amato dal popolo e rispettato dal padre, a cui la sorte tuttavia non concederà di salire sul trono.

L’antagonista è Aurangzeb, cinico e freddo, paladino ottusoe fanatico dell’ortodossia islamica, la cui figura rifulge d’una luce oscura e d’una ambizione feroce. Sarà il crudele Aurangzeb a sedere sul trono, e a cambiare la storia dell’India con le sue politiche retrograde ed estremiste,interrompendo il processo di integrazione fra la classe regnante islamica e la popolazione a maggioranza induista, e farci chiedere come sarebbe cambiata la storia indiana senza la sua ingombrante e fosca presenza. Sarà lui a chiudere il racconto, regalandoci il colpo di scena finale della storia dei quattro figli di Shāh Jahān.

Abbiamo poi il secondogenito, Shujā, calcolatore e opportunista, che non si schiererà né dalla parte dell’erede designato, conformandosi al comando paterno, né dalla parte dell’usurpatore Aurangzeb, contro cui proverà tardivamente ad opporsi. Chiude il novero Murād, lo scapestrato della famiglia, dedito ad ogni tipo di vizio, ma senza la grandezza di vedute e la magnificenza del padre a temperarli. Murād, pecora nera della famiglia, il cui apporto sarà fondamentale nella battaglia decisiva tra Dārā e Aurangzeb.

Murād, abbindolato dall’ambizioso fratello, combatte al suo fianco contro Dārā, e volge le sorti della battaglia in favore di Aurangzeb. Questi, a dir poco irriconoscente, lo fa arrestare poco tempo dopo, in una delle innumerevoli nottiin cui lo sregolato fratellino aveva esagerato con i liquori, e con un processo farsa lo manda al patibolo. Si occupa poi del padre, che nonostante le voci era ancora in salute, e lo rinchiude in prigionia usurpandogli il trono. Le sue armate intanto inseguono quelle di Dārā, in faticosa ritirata. Il principe cerca rifugio presso un capo tribù afghano che un tempo, alla corte di Āgrā, aveva salvato da una condanna a morte intercedendo in suo favore, ma la riconoscenza purtroppo ha poco spazio in questa storia. Dārā verrà tradito e consegnato al fratello, che lo umilierà costringendolo a passare, sudicio e sporco, a dorso di un vecchio elefanteper le vie di Delhi, tra i lamenti della folla che lo adorava ma era troppo debole e impreparata per opporsi al nuovo, crudele imperatore. Qualche tempo più tardi, il deposto Shāh Jahān si strapperà la barba dal dolore nel ricevere un macabro dono dal crudele figlio: la testa dell’amato Dārā.

Rimane Shujā, che tarda troppo per marciare contro Aurangzeb. Viene sconfitto e fugge in Birmania, dove viene messo a morte da un re locale che gli aveva offerto asilo. Proprio come Dārā, che aveva scelto di non aiutare, Shujāverrà tradito da chi gli aveva offerto una sacra ospitalità.

Era stato promesso un colpo di scena finale. Molti anni dopo, alla fine del suo disastroso e sanguinario regno, si dice che sul letto di morte Aurangzeb sussurrò al figlio: “Giunsi da solo, me ne vado straniero. Non so quel che io sono, né quel che ho fatto. So soltanto che ho peccato in modo spaventoso, e non so che punizione mi aspetti.” Ma era troppo tardi per pentirsi. L’indebolito impero si presentò impreparato all’appuntamento con la Storia, con i fucili inglesi pronti ad esportare il loro dio di compravendite e denari in quelle terre antiche, e i Mughal non ebbero un’altra possibilità su questa terra.

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