L’autunno del picchio di Antilia e Zefiro

“Parole scritte e Voce” di Antilia e Zefiro

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La finestra d’angolo della casa si affaccia sul prato. È lì che solo qualche mese fa si rincorrevano cicale con i grilli in un grande concerto. In mezzo c’è un grande ciliegio già spoglio e quelle poche foglie rimaste manifestano un leggero tremolio di foglie.

Ogni tanto vengono a trovarlo gli uccelli: per lo più passeri e tortore che si dondolano all’estremità dei suoi rami. Vengono anche le farfalle e le coccinelle che ora cercano l’ultimo tepore. Per il resto l’albero non ha altri visitatori. Tranne uno, il picchio.

Cammina sul tronco in verticale e si sistema in un’esile biforcazione dei rami. Alza il becco verso il sole, gira pian piano la testa, considerando il panorama: i suoi occhi vispi è sempre attenti come un guardiano. Eppure questo picchio smentisce un po’ lo schema di vita che gli si riconosce, non si arrampica per mangiare foglie o mordicchiare la corteccia zuccherina. Non sonnecchia lassù, nè sta fermo per osservare il pericolo; e nemmeno si agita se il cane del vicino gli abbaia. Sta immobile, sbatte le palpebre e pensa.

Medita sull’adunarsi e il disperdersi delle nuvole. Riflette sul gran daffare che si danno gli scoiattoli. Se tira il vento, deve aggrapparsi al suo ramo oscillante con la forza disperata di un ubriaco in lotta con un lampione notturno. Ma resiste. Sta lì e pensa. E poi, quando ha messo in ordine i suoi pensieri, scende e se ne va a riposare dentro al vecchio tronco. Via via che l’ottobre avanza, il picchio, rimane sempre più a lungo lassù a filosofare. Quanto a noi, rimaniamo più a lungo alla finestra, meditando e cercando d’indovinare i suoi pensieri.

E mentre il picchio continua a fissare il cielo, con una commovente intensità di desiderio, osserviamo che la malinconia della stagione ci tocca il cuore, che insieme stavamo facendo provvista d’immagine per i nostri sogni durante il letargo invernale.

Ora il vento trasporta i semi delle ultime erbacce appesi ai loro minuscoli paracadute sopra i resti diafani di margherite e giaggioli. La campagna sale dolcemente fino ai boschi dove vivono volpi e dove i cervi vengono talvolta a pascolare. Gli alberi laggiù sembrano nati per caso, tanto perfetta è la disposizione di faggi, pini e querce. Oltre i boschi si leva la montagna vicina, con un luccichio di pietra rosa fra la vegetazione che si sta per colorare di oro e di rame. E poi le montagne lontane, indistinte e violacee nella distanza. Il cielo spande dall’alto uno scintillio sulle cose che erano state verdi e ora si consumano ardendo nel rosso e nell’ocra.

È una giornata incantevole, piena di pace. Non si dovrebbe prendere alla leggera un così dolce addio all’estate. Il picchio lo sa. E noi, con una tazza di caffè appena fatto, stiamo come lui ad assimilare in silenzio la struggente sensazione di quel declino.

Nelle domeniche d’ottobre le foglie di porpora sbiadita portate dal vento si fermano fra i muri di cinta della vecchia casa, mentre una vespa entra e ronza sonnolenta contro il soffitto del giardino d’inverno. Le giornate si accorciano; il crepuscolo cala troppo presto e l’aria comincia a farsi pungente. È sera. Dall’altro lato della porta il mondo veste ancora il bell’abito stinto dell’estate, che tra un mese non avrá più: e fuori ora c’è la luna. Non dovremmo essere fuori anche noi? La scena ora è tranquilla.

Le foglie cadono senza rumore nella luce che esce dalla porta. Guardiamo in alto: il nostro pianeta veleggia tra uno sciame di stelle. Ascoltiamo l’orecchio sintonizzato con questo mese di rumori sommessi. Sentiamo le molecole d’aria urtarsi slittando sul ghiaino del cortile.

La luna galleggia sopra il tetto, illuminando un’ondulazione di prato e disegnando le ombre familiari degli alberi. Perché tutto questo da un senso di felicità e di tristezza?

Chissà se il picchio ha visto la distesa di stelle sopra la Terra in questa notte ormai fredda. Chissà se dal loro aspetto può indovinare che quell’altra notte, la lunga notte dei suoi sogni estivi, comincerà tra poco?

Il ciliegio è tutto spoglio, tra poco! E nessun essere vivente verrà a visitarlo.