Un “Natale di seconda mano” nei campi profughi libici

Solo fino a qualche anno fa gli uomini derelitti non avevano la cognizione del tempo, figuriamoci sapere cosa succedeva nel mondo.

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Oggi, grazie alle nuove tecnologie, gli ultimi della terra, resi schiavi dall’indifferenza e dall’ipocrisia d’Oriente e d’Occidente, hanno la possibilità di alimentare il loro senso di frustrazione e invidia grazie alle immagini che circolano nel web che raccontano le nostre città addobbate a festa, lontane appena qualche bracciata di mare. Passandosi furtivamente di mano in mano l’unico smartphone funzionante, sognano la loro redenzione; sono disposti a tutto, pur di cercare una possibilità di salvezza, persino a vendere il proprio corpo a pezzi. L’importante è potersene andare dall’Inferno. Costi quel che costi. Perché meglio affrontare il rischio di morire inseguendo la possibilità di una nuova vita, piuttosto che arrendersi alla condanna a morte sicura rappresentata dalla nuda vita delle loro esistenze.

Intanto, mentre in Europa già impazzano gli acquisti di Natale. nei campi profughi, appena oltre il Canale di Sicilia, donne e uomini derelitti e in condizione di schivitù impazziscono, a causa del dolore procurato dalle percosse subite, per gli stupri e per le costanti violenze cui sono costantemente sottoposti.
Ci chiediamo quali sentimenti possano provare questi esseri viventi che, come zombie immobili, vegetano nel lerciume, ridotti a sub-umani. Chiudete gli occhi, provate ad immaginare.
Retorica? Ma certo, non c’è altro modo per affrontare questo dramma che viene cantato come fosse una litania la notte di Natale, tra pianti e rutti dopo esserci alzati da tavola.

Cosa fare, allora? Ecco, come regalo per costoro vorrei che il mondo, e l’Europa soprattutto, si ribellasse e smettesse il velo dell’ipocrisia, decidendosi una volta per tutte ad inviare i caschi blu in Libia. Non per appropriarsi del petrolio come fece Sarkozy, ma per liberare dalla schiavitù le migliaia di donne, uomini e bambini.
“Un’aggressione ad uno Stato sovrano?” è la stanca litania ripetuta dagli ipocriti. La Libia era un Paese sovrano, prima che la Francia (e le potenze europee alleate, tra cui l’Italia) decidesse di aggredirla, ponendo fine al regime di Gheddafi, per il controllo del petrolio. Ora, è solo miseria, guerra, barbarie, distruzione, schiavismo… una polveriera di disperazione! L’ONU dovrebbe intervenire per normalizzare la situazione e favorire la transizione democratica di un Paese che ha tutto il diritto di rendersi sovrano e autonomo.

Cosa impedisce che avvenga ciò? La risposta è ovvia: una volta accaparratosi tutte le materie prime, che interesse avrebbe l’Occidente di riportare alla normalità un Paese che tra l’altro è oggi la frontiera – un muro invisibile (altro che quello di Trump) – che limita l’afflusso di migliaia di disperati da tutto il continente africano per l’Europa? Finché la Libia, come nazione a sovranità limitata, collaborerà con l’Europa per gestire e controllare i flussi migratori da tutta l’Africa, all’Europa starà bene così. Poi che lo faccia con dei lager in condizione di semi-legalità nei quali la barbarie regna sovrana è una questione secondaria…su cui i benpensanti e gli ipocriti riescono a chiudere un occhio
No, non mi aspetto un mondo di pace, per carità… Mi aspetto, però, un patto di carità cristiana che, a proposito di Natale, possa restituire a questi dimenticati da Dio e dai Signori del mondo la speranza di una vita dignitosa, libera e senza sopraffazione e violenze.

“Ma a noi la questione dei lager libici e delle nuove forme di schiavitù ci sta a cuore”, rispondono quelli con lo stuzzicadenti che spulciano in bocca i rimasugli di panettone. “Talmente tanto che quando andremo in Chiesa alla messa di mezzanotte manderemo una preghiera per questi poveri Cristi” – chiosano tra una tombola e l’altra.
Per carità, la Libia val bene una messa, ma penso che occorra agire con urgenza, sotto l’egida dell’Onu, con tanto di bastoni spianati a randellare gli schifosi che stuprano e vendono donne uomini e bambini. Buon Natale! E che non sia, come il titolo di una vecchia (ma avrebbe potuto essere scritta oggi) canzone di De Gregori, “di seconda mano”.