Per essere campioni, basta mettere un podio in garage


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Ma cosa ci vuole a costruire tre cubi di altezza diversa e scrivere su quello più alto “the Champion” e negli altri due secondo e terzo classificato? Direi molto poco. Infatti, è sufficiente verniciare di bianco alcune cassette di frutta ben ricoperte col cartone… et voilà, il gioco è fatto.

Ma perché tutta la vita dobbiamo competere per ogni cosa!? Accidenti, siamo ancora piccoli quando i genitori arrivano attrezzati di pedardi, bandierine e megafoni per incitarti a vincere, costi quel costi, se necessario anche gambizzando il compagno di banco durante una partitella di calcio improvvisata nel cortile della scuola.
Quando poi diventi più grandicello, con tanto di scarpette chiodate e la maglia col numero dieci stampato nella schiena, vieni letteralmente catapultato da babbo e mamma sul campetto del prete per la tua prima partita vera.

La stessa cosa capita a tua sorella, la quale è più portata alla lettura che ai saggi di danza vestita di rosa confetto come fosse un fenicottero della Provenza che con aspetto imperiale sta su una gamba sola e si muove in armonia con la natura.
Invece, i parenti, chiamati a raduno, la costringono a muoversi goffamente su quel palco improvvisato nella palestra umida e ad ogni atterraggio sul tavolaccio rischia di rompersi una caviglia. Ma cosa importa se il premio dell’esibizione si manifesta nel vociare festoso della famiglia gaudente che plaude al suo buffo atterraggio sulla pedana che scricchiola in maniera poco rassicurante?
Ma non finisce lì, perché le grida di mamma, papà, cugini e zii all’unisono danno l’idea di cosa può essere la cagnara della curva dello Stadio durante un derby.

Intanto, al fratello costretto ai bordi del campetto perché infortunato da un calcio ricevuto negli stinchi durante un’azione non vista dall’arbitro il papà e ancor più inaspettatamente la mamma allungano di nascosto un coltellaccio da cucina con la raccomandazione di usarlo se il bambino della squadra avversaria si avvicina per togliergli il pallone.
Eccoci, dunque; diventare grandi e competere per ogni cosa: per essere primi a scuola, nello sport, nel lavoro e nella vita. Siamo disposti alle cose peggiori pur annientare tutti coloro che, secondo noi, ostacolano la nostra vittoria e quindi la conquista del podio.

La cosa curiosa, ripensandoci, è che tutto questo non ci dà soddisfazione… neanche se scalassimo la vetta più alta, perché le frustrazioni subite, i compromessi e la fatica non compenseranno mai una vittoria conquistata con l’inganno.
Da qui l’idea che, per essere campioni e arrivare primi con il massimo di intimità e godimento, è preferibile essere noi i giudici di noi stessi e deliberare se campioni lo siamo davvero, mettendoci una medaglia al collo.
Ce ne saliamo zitti zitti sul podio montato in garage, dove per l’occasione un vecchio disco suona l’inno della vittoria.

E allora, d’un tratto, spariscono quei ricordi inquietanti di quando eri bambino, degli occhi iniettati di sangue di mamma e papà, mentre contestano i professori, anche con una certa violenza, o ti incitano a spezzare le gambe al tuo compagno di banco nel caso in cui si fosse azzardato a rifiutarsi di passarti i compiti!

Volatilizzata la memoria, possiamo finalmente gioire della conquista del podio, come quando la gallina in batteria viene premiata per aver sfornato più uova delle altre.