Il nonno ha finanziato il mio primo eremitare

Ho avuto parecchie vite che non sono riuscito a portatore a compimento, anche se ogni volta il destino mi ha fatto rinascere per affrontarne di nuove: avventure inizialmente avvincenti, poi diventate scontate e noiose.

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Sono nato in una famiglia patriarcale dove il nonno sovrintendeva ogni cosa, vuoi perché era un uomo dal corpo imponente, vuoi perché abituato all’ordine e a comandare per il suo ruolo militare. Teneva i suoi quattro figli sotto la sua ala protettiva, trattandoli più come sottoposti che esseri umani.

In quella famiglia numerosa sono nato io, primo nipote di tutti e quattro i nonni e primo nato da due amorevoli genitori e altrettanti amorevoli sette zii; c’erano i parenti che venivano in pellegrinaggio a vedere ‘sto bambino poderoso di 5 chili, tanto bello da competere per il ruolo di protagonista nella pubblicità della Plasmon.
Quando ricevevo i buffetti sul viso o mi solleticavano i piedini, la mia reazione era solo un sonoro vaffa contratto in un grido.
Ed è lì, subito all’inizio, che ho bruciato la prima possibilità della vita, non comprendendo anzitempo che un sorriso li avrebbe compiaciuti al punto da poter farmi guadagnare un regalo la volta successiva.

Ma molti di loro non tornarono più, un po’ perché intimoriti dal nonno che si rompeva le scatole ad avere tutta quella gente per casa, un po’ per le mie sgraziate grida di ribellione al fastidio che si trasformavano in sorrisi solo quando la mamma mi porgeva l’approdo sicuro e sostanzioso della mammella.
Con il nonno non piangevo ma neanche ridevo a dirla tutta, stavo già pensando a come volgere a mio favore la sua burbera severità.

Avrei approfondito la faccenda solo una volta grande. Il tempo trascorse con una velocità incredibile, ed eccomi già grande, dunque. Abbastanza grande da avere la malizia per capire che se il nonno si appartava spesso in una seconda casa che possedeva a fianco alle acque termali, non era tanto per curare il fegato malandato, quanto per passare un po’ di tempo libero con la prosperosa donna che accudiva la casa.
Presto fatto, avevo capito come farmi amico/nemico il nonno: io avrei taciuto i suoi amori in cambio di lauti compensi per i miei divertimenti. Una combinazione perfetta di odio/amore.

Il mio eremitare è iniziato quel giorno che il nonno, beccato in mutande e spettinato, con lo sguardo da assassino mi elargì i soldi corrispondenti ad un quarto della sua pensione (perché questo era l’accordo raggiunto per il mio silenzio)…altrimenti sai che casino in casa se si fosse rivelata la faccenda?!

Poi a poco a poco si impara a eremitare dagli zii, dai fratelli e infine dai genitori, quando finalmente si stacca il cordone ombelicale per camminare da soli nella vita. Una vita avventurosa, la mia, mai il tempo di calzare le pantofole e mettermi in poltrona per prendere fiato; d’altronde eremitare è un cammino senza tempo e senza meta e quella storia del “conosci te stesso”, analizzarsi riflessivamente per comprendersi meglio è un‘illusione.

Eremitare è una disciplina sempre praticata con la consapevolezza che non si approda da nessuna parte. Eppure vale lo stesso la pena eremitare, perché ti dà quella serenità consapevole di fare la tua parte nel partecipare al rebus della vita.
Certo, c’è da pagare sempre un costo. Io ho “finanziato” il mio eremitare col ricatto: forzare l’amore del nonno in cambio del silenzio. E se il sacrificio del nonno è servito ad apprendere l’arte del mio eremitare, che male c’è?