I politici dispensatori di “ciao, caro!”


Ciao, caro! è l’insopportabile saluto dei politici.
Ad ogni incontro, lo “ciao, caro!” è d’obbligo. Al punto da essere, ormai, quasi uno status symbol.

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Non importa se sei consigliere di un piccolo Comune, dove hai guadagnato il titolo con una campagna all’ultimo voto, oppure un parlamentare che scopre di essere stato eletto per caso.

Quando si prende coscienza del nuovo status che la fatica o il culo ti ha riservato, subito, come fosse il primo vagito, viene spontaneo: “ciao, caro!”.

Al limite, gli appartenenti alla stessa categoria si danno del “tu”, ma in ogni caso nessuno va oltre quell’ammiccamento ipocrita e autocompiaciuto del “ciao, caro!”.
Il “ciao, caro!” è un’esaltante masturbazione mentale. È autocompiacimento puro!

È proprio questo compiacimento narcisista e ipocrita a provocare in me una sensazione nauseabonda simile a quel rigurgito acido che ti viene dopo aver mangiato da schifo.
Avete presente quei ristoranti giapponesi che con 10 euro mangi di tutto?

Tu ti strafoghi pensando di aver fatto un affare, ma è solo nel momento che ti ritrovi in farmacia a spendere decine di euro in Malox e antiacidi che ti accorgi che, in fondo, non era tanto conveniente quel “finto” giapponese.

Finto, tanto quanto i politici di ultima generazione che, con lo sguardo fisso nel vuoto, attraversano la strada e ti passano davanti concitati, come avessero chissà quale appuntamento importante.

In realtà, si affrettano solo a raggiungere qualche salotto in cui poter presenziare e dispensare il loro taumaturgico: “ciao, caro!”.