Marc Chagall: “poeta naïf con violini in cielo” di Antilia e Zefiro

Oggi raccontiamo come il colore di un cuore pieno d’amore nasce nell’anima, la passione non va ostentata, ma vissuta. Questa è la storia di Chagall, di come l’artista usasse la pittura per raccontare se stesso e dove le immagini costruite nei suoi quadri sono prive di illusione: tutto vive nei ricordi e nella realtà che lo circonda. Una storia che oggi dovrebbe far riflettere un po’ tutti, in un momento sociale dove l’immagine di noi appare sempre più esibita e rarefatta.

La voce di Zefiro ci conduce e accompagna nella lettura. 
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Il suo sorriso è luminoso come la luce del sole che illumina gli aranci della sua casa a Saint-Paul-de-Vence, in Costa Azzurra, dove arbusti, alberi e aiuole sembrano fuochi d’artificio di colori. Questo è il luogo in cui vive e lavora Marc Chagall, il pittore che nei suoi quadri non ha mai concesso spazio al grigio della realtà.

Amava la musica che lo accompagnava sempre nelle sue creazioni artistiche, ma era anche un uomo di grande cultura, sapeva parlare di politica e di società come si addice ad un uomo visionario, naïf ante litteram e soprattutto un poeta dell’irrazionale.

Dedicava la sua giornata alla pittura e di sera tornava a dialogare con la sua tavolozza per trovare una nuova idea e rimettere in moto la sua immaginazione.

Chagall rimarrà per sempre uno dei grandi dell’arte moderna, dotato del senso di un umorismo colto, è stato un autentico “visionario”. 

Nei suoi quadri le mucche volano e gli amanti abbracciati fluttuano sopra i tetti intenti a suonare il violino. L’irrazionalità per Chagall era il modo per sfuggire alla realtà della logica, un modo per evadere dal mondo in maniera consapevole. 

La sua capacità di fondere il sublime con l’ironia, la sua visione interiore con l’espressione artistica: nulla di finto per eccedere o per dimostrare di essere diverso, ma solo se stesso. Un artista e soprattutto un uomo dal cuore realmente generoso.

A Israele ha donato, fra tanti tesori, il trittico dell’Antico Testamento, un arazzo enorme che adorna il Knesset, il Palazzo del Parlamento; all’America il mosaico della First National Plaza di Chicago, oltre a due murales per il Metropolitan Museum; alla Russia invece decine di litografie e due arazzi e guazzi; in Francia le vetrate istoriate e i mosaici di Chagall adornano Chiese e cattedrali e persino Università. Anche il soffitto affrescato dell’Opera di Parigi, che si presenta come un vorticoso girotondo di ballerini, musicisti, eroi e eroine del melodramma, è un dono del maestro al suo paese adottivo.

Chagall regalò alla Francia ancora molti dipinti, acqueforti e litografie, ed è così che il Governo di Parigi, nel 1973 per riconoscere la sua generosità, decise di ospitare tutte le opere in un museo appositamente costruito sopra Nizza.

Nato il 7 luglio del 1887, nella cittadina bielorussa di Vitesbk a 300 chilometri da Mosca, era il primo di nove figli di un umile operaio ebreo che lavorava in un magazzino di aringhe e di una donna semplice del luogo. Vitesbk, era un centro agricolo e commerciale dove viveva allora una numerosa comunità ebraica, circa ventimila persone, e tutte in case di legno lungo il fiume Dvina. Il luogo nativo ha sempre ispirato Chagall che un giorno disse “Non c’è un centimetro di quadri che ho dipinto che non evochi la mia città”.

Iniziò a disegnare quando un suo compagno di scuola gli mostrò una figura che aveva copiato in una rivista e con lui, più tardi, se ne andò a San Pietroburgo con in tasca 27 rubli sottratti al padre. Qui si adattò a fare tutti i lavoretti più strani, come apprendista pittore di insegne, ma riuscì anche ad andare saltuariamente a scuola d’arte. Nei suoi quadri giovanili tutto ripercorre la sua infanzia, il zio Neuč – che suona il violino – o il nonno che mangia carote sul tetto di casa; quel che ancora mancava a quell’epoca erano i vividi colori della sua maturità artistica.

La svolta avvenne grazie all’aiuto di un avvocato, Max Vinaver, che sollecitò il giovane a studiare all’estero e per farlo partire gli diede un assegno perché potesse mantenersi a Parigi, dove giunse nel 1910. Ebbe la fortuna di finire in uno studio chiamato La Ruche, ossia “L’alveare”, dove vi alloggiavano anche Modigliani, Léger, Soutine, Lipchitz e Zadkine, ma anche lo scrittore Blaise Cendrars e il poeta Guilame Apollinaire.

Furono così i quadri degli impressionisti, dei postpressionisti e dei fauves a far scoprire a Chagall i segreti della luce e del colore.

I soggetti di Chagall erano soprattutto Parigi con la Senna e gli ubriachi, o la Torre Eiffel, poi i ricordi di casa, come lo zio e il nonno.

I suoi dipinti avevano sempre qualche aggiunta poetica, figure sottosopra, lampioni che camminano, la Cattedrale di Notre Dame con sopra un gran mazzo di fiori.

Nel 1913 gli fu organizzata la prima mostra personale a Berlino, fu un grande successo di fama e di denaro per la vendita di numerosi quadri. L’anno successivo ritornò a Vitesbk, dove sposò quel grande amore che aveva custodito in silenzio per molti anni, Bella Rosenfeld. La coppia avrebbe voluto lasciare la Russia ma fu bloccata dalla guerra e poi dalla rivoluzione d’ottobre. Solo più tardi imparò la tecnica dell’acquaforte e da lì la consacrazione con una grande mostra alla Kunsthalle di Basilea.

Nel 1941, mentre le truppe tedesche devastarono l’Europa, egli fuggì a New York con la famiglia, ma pochi anni dopo la moglie Bella lo lasciò e Chagall si ritrovò solo con quel silenzio di profondo amore che li aveva uniti. Tornato in Francia, nel 1948, sposò Valentine, un’ammiratrice, a cui tutti avevano accorciato il nome con “Vava”, ed è con l’ammirazione che occupò il suo cuore.

Tutto può cambiare nel nostro mondo demoralizzato, fuorché il cuore, l’amore dell’uomo e il suo affaticarsi per conosce il “divino”- Chagall.