Un fil rouge lega i destini di Craxi, Andreotti, Berlusconi, Renzi e ora Salvini

Correva il 1985. L’allora Presidente Francesco Cossiga, particolarmente legato alla massoneria americana e tuttavia cosciente delle conseguenze dello sgarbo di Sigonella, propose a Bettino Craxi la nomina di Senatore a vita come forma di riconoscenza massima per chi si è speso per la difesa degli interessi nazionali. Craxi rifiutò dicendo che la carica offerta spettasse alle persone in tarda età e che senatore avrebbe potuto diventarlo quando voleva.
Non passò molto tempo che fu costretto all’esilio in Tunisia, dove si difese dalle accuse e dal diabete, ma non come avrebbe potuto farlo con l’immunità parlamentare.

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Pochi anni e la stessa sorte toccò al pluridecorato parlamentare Giulio Andreotti che, invece, accettò di gran carriera l’offerta di Cossiga e potette difendersi dall’accusa dell’omicidio Pecorelli proprio grazie all’immunità garantita ai senatori a vita. Per questo, per sua fortuna, non finì in prigione, ma le sue vicende sono note.

Arrivò anche la volta di Silvio Berlusconi che, per gli effetti della legge Severino, si dovette dimettere da senatore. Una volta condannato, subì l’onta di scontare la pena ai servizi sociali.
Se avesse acconsentito di candidarsi ed essere eletto al Parlamento Europeo, come suggerito dai suoi scaltri avvocati, non avrebbe subito quella mortificazione; ma chi poteva pensare che all’uomo più potente d’Italia potesse capitare simile sorte? Fosse stato per lui, avrebbe continuato allegramente a far passare Noemi per la nipote di Mubarak!

Trascorsero anni di lacrime e sangue di forneriana memoria e dopo varie peripezie, in un’Italia che affannava per la crisi economica, a sostituire la poltrona (con un bel calcio) di Enrico Letta fu Matteo Renzi. Cavalcato a pelo il cavallo bianco del Partito Democratico, alle Europee del ‘14 il bullo di Rignano condusse un PD stanco sulla vetta del 40%.
L’italia era ai suoi piedi ed è lì che commise l’errore di non andare subito al voto. Oltretutto si intestardì sul Referendum che il 4 dicembre del ’16 lo portò alla sconfitta, subendo, anche lui, l’onta di vedere agli arresti domiciliari i genitori e accantonare anzitempo i suoi sogni di gloria. Una carriera politica che forse oggi lo avrebbe visto appollaiato sugli scranni più alti per lungo tempo.
Certo, un maggior pragmatismo miscelato e non agitato di umiltà lo avrebbe salvato. Salvato lui e gli italiani.

Ma veniamo alla fine del ’19: Matteo Salvini gode del massimo consenso e, a poco più di un anno dalle ultime elezioni politiche, ecco che raddoppia i consensi superando il traguardo del 34% alle scorse elezioni europee del 26 maggio.
L’Italia è sua. Deve solo andare al voto, togliendo la fiducia al Parlamento. Per farlo, però, ha bisogno di stringere un patto di ferro con Silvio Berlusconi, perché solo così il Presidente Mattarella potrebbe sciogliere le camere. Viceversa, qualora Forza Italia fosse d’accordo, Mattarella sarebbe intenzionato a proporre un governo tecnico, sostenuto da tutto l’arco parlamentare ad eccezione di Salvini e Meloni.

Ma Salvini non se la sente di andare col cappello in mano dal Cavaliere, che manda messaggi forti nonostante gli scossoni che arrivano alla Lega per i presunti finanziamenti russi. Ed ecco che, ancora una volta, la troppa sicurezza di un politico sulla cresta dell’onda lo porterà ad infrangersi sugli scogli dove indolenti i gattopardi lo aspettano mentre affilano gli artigli.
L’Italia, da qui a poco, non sarà più nemmeno di Matteo Salvini. Un fil rouge, questo, che nel Belpaese dominato dal gattopardismo non finirà mai.