Senza lavoro non c’è vita

Negli ultimi anni i tentativi di rimettere in moto il mercato del lavoro sono naufragati miseramente. Le uniche a guadagnarci sono state soprattutto le imprese multinazionali che, approfittando delle facilitazioni fiscali, hanno risparmiato e accresciuto i profitti, mentre i lavoratori sono scivolati verso la povertà: in quanto pagati sempre meno e relegati nel più buio precariato.

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La situazione è grave al tal punto che lo stesso Stato sembra essere diventato il concorrente più spietato dei lavoratori perché anch’esso in difficoltà; per esempio, paga il TFR ai suoi dipendenti a rate dilazionandole nel tempo a venire.
La spirale verso il basso sembra irrefrenabile, un po’ come un aereo che si avvita durante la sua rocambolesca discesa con la concreta possibilità di schiantarsi al suolo.

L’Italia è un Paese che ha sempre trovato la sua ricchezza vera, quella dei soldi guadagnati e risparmiati, con le sue piccole imprese di altissima qualità di manufatti e sevizi. Aver spinto nel baratro questi imprenditori è stato un errore. Spingere tutte le attività in una scellerata idea di unirsi per competere con il mercato globale è stata una follia, anche solo per una questione numerica; pur distinguendoci dal resto del mondo per creatività e ingegno, pensiamo davvero di poter competere con Paesi come Cina e India che hanno una popolazione attiva di centinaia di milioni di lavoratori?!

Non c’è strategia o armi sofisticate, che tengano! Quando un esercito di qualche milione di persone, per quanto innovativo e all’avanguardia, si scontra con popolazioni di miliardi di persone, come le nuove potenze emergenti, la sconfitta è inevitabile. Per ogni ingegnere aerospaziale italiano superprofessionalizzato ne trovi cinque cinesi, per ogni industriale del design italiano se ne contano venti a Singapore, per ogni tecnico informatico ce ne sono centinaia in India.

Oltretutto, uno Stato in affanno fatica a dare respiro ad aziende e famiglie. Quando si è costretti a subire quelle pesanti pressioni burocratiche che tolgono l’ossigeno non resta che finire in rianimazione. Anche perché le famiglie modeste e la piccola imprenditoria non hanno la possibilità di avvalersi di quei costosi professionisti che nuotano con disinvoltura nell’oceano di comma e leggi quasi insormontabili per i comuni mortali.

Insomma, l’applicazione della massima “per aiutare i poveri, bisogna aiutare i ricchi a diventare più ricchi” si è rivelata veritiera solo per quanto riguarda la seconda parte: i ricchi sono in effetti diventati ricchissimi…ma a scapito non solo dei poveri, ma anche di gran parte della popolazione benestante, quel ceto medio in crisi che si è impoverito e sta conoscendo un declino inarrestabile.

Solo dieci anni fa le entrate di un cittadino comune corrispondevano al doppio di quelle odierne. Provate a pensare cosa ciò significhi in termini di conseguenze fiscali: uno Stato che non riesce più a sostenersi attraverso la fiscalità generale, per giunta costretto da anni ad autofinanziarsi, vendendo tutto il vendibile fino a privatizzare scuola e sanità senza riuscire a frenare l’indebitamento non ha prospettive di futuro.  

La soluzione c’è ed è semplice: si chiama “patrimoniale”, quella “sorta” di patrimoniale che evoca nell’immaginario comune fantomatici espropri giacobini, non è altro che uno strumento di pressione fiscale indispensabile per una distribuzione della ricchezza e delle risorse.
Peraltro, oggi andrebbe a colpire non già i ceti produttivi, gli imprenditori che sono i più bisognosi di “aria” in quanto alla canna del gas, quanto le rendite finanziarie. Ovvero la ricchezza parassitaria, quella delle transazioni dei capitali che si muovono con un click di un pc da un Paese all’altro e che arricchiscono solo quelle multinazionali di cui si parlava che oltre a distruggere la competitività della piccola e media impresa nazionale, ci lasciano senza lavoro e senza vita e non pagano le tasse.

Dunque, in estrema sintesi, la possibilità di invertire la rotta – che lavoro, benessere e diritti sociali tornino ad essere la quotidianità per i molti – esiste eccome. Si realizza solo se i ricchi rinuncino un po’ alla loro ricchezza, cioè se diventano più poveri…altro che sempre più ricchi!