Pronti a riprendersi l’ultima vita: Viva Zapata!

Sempre più cittadini italiani stanno diventando più poveri, mentre tutti i governi che si sono succeduti dopo Berlusconi, da lui hanno preso in eredità le parole: ristoranti, aerei e treni sono pieni e la ripresa è una innegabile realtà.

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Ma la ripresa per chi? Per i pensionati da 2000€ in su? per le imprese che esportano? per coloro che sono assunti a tempo indeterminato? Per chi della lurida finanza ne ha fatto un lavoro? Per coloro che esultano in quanto credono che la globalizzazione, la delocalizzazione e l’Europa sono una grande opportunità? E della metà delle persone povere che abita il Paese cosa ne facciamo? Anche Emiliano Zapata aveva capito che ai messicani bisognava dare la terra, così come oggi si dovrebbero offrire infrastrutture e opportunità, non quelle “elemosine” (gli 80 euro) che creano dipendenze e ci conducono verso la la miseria.
La storia insegna che la rivoluzione non porta da nessuna parte, perché tutto si ricompone com’era prima, seppur con sembianze e modalità diverse; ma cos’è la rivolta se non la soddisfazione consumata nell’illusione ed esaltazione che conduce ad una morte onorevole sul campo di battaglia, anzichè nella miseria del lazzaretto delle città?! Sì, onorevole. Perché ogni lotta per salvare la propria vita è degna di rispetto. Il subcomandante Marcos, erede dello zapatismo messicano, ama riprendere spesso il motto di Marx: “non abbiamo che da perdere le nostre catene”. Ecco perché, abbandonate le armi, non resta che spuntare quelle della critica e – come dice Marcos – “camminare domandando”, ovvero ricercare le risposte che conducano alla trasformazione dell’esistente e all’abbandono delle nostre miserie.