L’intellettuale di una volta è scomparso



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Quando parlo di migranti mi sembra di avere davanti ostacoli insormontabili, barriere che non riuscirò mai a superare. Le frasi che ascolto in mezzo alle persone che frequento sembrano composte da parole precostituite.

Eppure mi rivolgo alla gente del mio mondo che francamente non saprei più come definire. I professionisti? Gli amici del Club? Un misto che comprende intellettuali, scrittori, studiosi e giornalisti che potrei mettere nella casella dei “ceti medi ragionevoli”, ma non sono soddisfatto della definizione, perché di questi uomini mi disturba il disprezzo che hanno per altri uomini: come se per loro il cinismo fosse un distintivo, una parola d’ordine con cui riconoscersi a vicenda.

Se non sei sprezzante nei confronti dei migranti è come se appartenessi all’esercito nemico, mentre io sono per “La mia Africa” del film interpretato da Robert Redford e Meryl Streep. E poi qual è l’esercito amico? In realtà credo che sia sempre lo stesso esercito formato da due schiere contrapposte: quella dell’accoglienza e della solidarietà e quella della disuguaglianza, dell’egoismo e del disprezzo per la vita umana.

La responsabilità di coloro che frequentano i salotti buoni del Paese è di aver partecipato all’impoverimento di categorie impensabili solo fino a ieri, che oggi classifichiamo come esseri rozzi dagli ignobili sentimenti.

In quanto scrittore, dovrei stare dalla parte degli illuminati, ma questo vorrebbe dire consegnarmi agli automatismi ideologici, usare la retorica dei buoni sentimenti, ma io non riesco ad associarmi al club dell’ipocrisia. Piuttosto penso che ci siano tante persone normali e diversi intellettuali non arruolati, che vorrebbero parlare ma non lo fanno, tanto sono intimiditi dalle voci giudicanti sempre pronte a puntare il dito su chi ha le idee diverse dalle loro.

Mi riferisco a quelle persone perbene che non hanno nessuna voglia di esporsi alla pubblica berlina, di vedere le loro idee stritolate dai saccenti buonisti. Uomini che preferiscono tacere piuttosto che essere messi alla gogna come “cattivi” solo perché dissentono dall’aiutare i miserevoli a casa degli altri e con i soldi degli altri, come predicano con grande benevolenza: “aiutiamoli a casa tua”.

Il fatto grave è che la scelta del silenzio aiuta l’egemonia di coloro che del pensiero unico e della retorica sdolcinata ne fanno una battaglia che alla fine consegnerà davvero il Paese ai populisti dal linguaggio semplice che avranno sempre più consenso elettorale solo perché dicono l’inverso: “aiutiamoli a casa loro!”.

Noi scrittori ripetiamo noiose formule, interveniamo nei dibattiti più per vendere i libri che per difendere le cause dei più deboli: lo facciamo perché a stare dalla parte degli ultimi non si sbaglia mai. Ma possibile che gli altri, quelli dell’altro esercito siano poi così ignoranti? Non è che firmare appelli e indossare magliette rosse equivale a promuovere il brand di scrittori!

E poi perché mai gli scrittori oggi dovrebbero avere più voce in capitolo di ieri? Quali meriti hanno? Perché loro e non gli ingegneri o gli architetti? E perché non gli operai, i tanto vituperati idraulici o i muratori? O si dà per certo che questi ultimi, solo perché non hanno studiato (e poi non è detto!), parteggino per gli incivili, quelli dell’altro esercito?!

Mi chiedo quale dovrebbe essere oggi il ruolo dell’intellettuale, per usare un linguaggio Novecentesco. Non farebbero meglio forse a eremitare da qualche parte per riflettere sul proprio operato, guardare al futuro e immaginare come potrebbe essere il domani? Perché se ci atteniamo alle nostre esternazioni è solo una gara per recitate meglio i dati ISTAT! Io se proprio devo esprimermi dico che sto dalla parte dei contadini e dei panettieri, coloro che secondo una curiosa equazione fanno parte degli ignoranti.

Ebbene, quanto piu i buonisti continueranno a predicare il bene, sempre però a carico e sulle spalle di qualcun altro, tanto più questi signori governeranno per decenni. Mi chiedo davvero che fine abbiano fatto gli intellettuali di una volta, “organici” al popolo di cui, pur non appartenendovi, sentivano vicino e in dovere di difendere. Ma voi ce li vedete Gramsci, Pasolini o Moravia dare la lezioncina morale agli italiani su ciò che è giusto o non giusto pensare e bollare  in modo sprezzante come fascista chiunque non segua il loro “verbo”?