L’Identikit dell’impoverito in Europa


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Serpeggia una situazione complicata e dai risvolti imprevedibili in Europa, ma quello che preoccupa di più è il menefreghismo più assoluto della classe dirigente di Bruxelles che, stante ai malumori e ai populismi che serpeggiano nell’Euro-zona, avrebbe potuto avviare un processo innovativo dell’assetto burocratico dell’Unione, più snello e vicino ai cittadini impoveriti.
Niente da fare: i burocrati imperterriti, coerenti con il loro profilo da aguzzini, continuano a favorire e difendere le prepotenze della grande finanza e delle banche a scapito del ceto medio e della classe operaia, che hanno contribuito a spolpare fino all’osso, come fanno i piranha coi pesci.

Riservo questa parte dell’articolo ai benpensanti tifosi dell’Unione, quelli che pensano di beneficiare sempre delle briciole del Palazzo lasciate cadere sotto la tavola dalla classe dirigente al potere.
Hai voglia a parlare di unione fiscale e di mercato del lavoro unico: due dei tanti nodi che avrebbero dovuto unire l’Europa, tenuta ad oggi assieme per lo sputo dalla semplice unione monetaria. Chi si ostina a reclamare queste cose, evidentemente non sa che di fronte ha il Moloch dell’austerità e del rigore, sostenuto tra l’altro da quei Paesi Membri che hanno succhiato dalle gonfie mammelle dell’Europa a più non posso senza dare nulla in cambio.

Eppure, certe condizioni che favoriscono una concorrenza sleale tra i membri dell’Unione, come il caso Whirlpool che ha danneggiato l’Italia a favore della Slovacchia tanto per fare un esempio, andrebbero rimosse. Invece, rien de rien, imperterriti come il lettone Dombrovskis, e il francese Moscovici, a difendere e giustificare ogni abuso da parte delle banche nei confronti di quella classe media che hanno impoverito. Si badi bene, non parliamo di qualche risparmiatore o piccolo imprenditore in rovina; men che meno dei cinque milioni di poveri italiani (che sono comunque una cifra esorbitante), bensì di cento milioni di cittadini in tutta Europa.

In Italia, sindacati e associazioni di categoria, messa l’arma dello sciopero nel cassetto per reclinarsi supinamente di fronte agli interessi delle multinazionali, non hanno fatto nulla o molto poco. Anziché reclamare la realizzazione di infrastrutture periferiche che favorirebbero nuovi posti di lavoro, si sono limitati a ridiscutere la riforma dei centri per l’impiego e il reddito di cittadinanza. Che stiano ad aspettare che spunti fuori un leader carismatico che possa infiammare nuovamente le piazze? Francamente, non lo crediamo. Altrimenti sarebbero scattati come un riflesso condizionato al suono del campanello a leggere i dati ISTAT che ci dicono che in Italia ci sono cinque milioni di poveri assoluti.
Meno male che ci sono i francesi a scendere in piazza e, al di fuori di ogni schieramento politico, ad alzare la propria voce affinché Bruxelles li possa ascoltare.

Ma chi sono gli impoveriti?

Ci troviamo per la prima volta in una situazione che non ha precedenti nel passato. Dalla prima rivoluzione industriale in poi, il benessere della popolazione è mediamente cresciuto in modo inarrestabile, mentre oggi si assiste non solo a una battuta d’arresto, ma per la prima volta a un’inversione di tendenza. Quel ceto medio di massa che, soprattutto nel dopoguerra, aveva potuto contare su un’ascesa sociale irrefrenabile oggi si sta disgregando.
Fino a due decenni fa sembrava che la classe operaia fosse scomparsa o stesse scomparendo nell’imborghesimento generale e nella crescita a dismisura del ceto medio. Oggi è chiaro a tutti che è il ceto medio a “proletarizzarsi” e a subire gli stessi ricatti, cioè quello di vivere a metà tra lavoro e non lavoro, che un tempo erano prerogativa dei ceti popolari.

Ed ecco, allora, che ciò che a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso era patrimonio condiviso di tutte le classi sociali – la casetta col mutuo, la macchina, la vacanza al mare o in montagna, il ristorante il fine settimana e i figli all’università insieme a quelli del signor dottore – oggi è stato vanificato con la crisi.

Ebbene, quest’ Unione Europea, con la storia che sono circa settant’anni che non ci sono più guerre tra europei, ne ha organizzata un’altra di guerra, questa volta senza caccia bombardieri. Prima chiedendo ai cittadini di ricostruire il continente, illudendo la classe operaia di avercela fatta, per poi consentire ai banchieri di portargli via tutto, facendo riemergere la disperazione dalla porta da dove sembravano averla cacciata.
Però gli europeisti disonesti hanno commesso un errore strategico perché quel popolo contro cui hanno guerreggiato lo hanno fatto impoverire, senza farlo diventare veramente povero.

Infatti, nel frattempo il popolo si è acculturato: anche i figli degli operai negli anni Settanta sono diventati “dottori” e, per quanto molti abbiano perso la casa, ancora possono contare su quella della nonna. Di macchine ne è rimasta una e al ristorante chic magari non ci si va più ogni settimana, ma una volta al mese si può fare una gita fuori porta a mangiare in pizzeria.
In Europa, banche e finanza, hanno tirato fuori la pistola senza sparare, contravvenendo a quella regola fondamentale vista nei spaghetti western che dice: “se estrai la Colt dalla fondina non minacciare, spara”. Così, quel popolo che volevano morto è stato solo lievemente ferito ed è in grado di riprendersi, col voto o – se c’è bisogno – persino con le cattive maniere (vedi i gilet gialli in Francia) ciò che gli spetta.

In altre parole, si tratti di riprendersi ciò che gli è stato tolto in questi dieci anni e più da banchieri e finanzieri europei, i quali hanno così goduto di coperture e privilegi di casta da dimenticare che le monarchie assolute, il medioevo e lo Ius Primae Noctis sono cose lontane mille anni.
Quel popolo depredato è stanco di far quadrare i conti a fine mese, di tirare la cinghia solo per ingrandire le tasche della finanza parassita e scansafatiche, senza considerare il timore che incombe di dover far fronte ad ulteriori rincari e aumenti del costo della vita.

Che i giubbetti gialli di Francia diventino il simbolo dell’Europa impoverita, affinché alle prossime elezioni si tenti l’impossibile per cambiare la faccia di questa Europa degli sciacalli e sostituirla con l’Europa della solidarietà tra i popoli, con l’Europa dei diritti sociali e del lavoro. Affinché l’orizzonte sia il benessere ritrovato e non più la morsa del debito e dell’austerità.
L’augurio è che anche in Italia possa emergere questa consapevolezza e che gli impoveriti di tutte le risme si coalizzino per far saltare il banco: ovvero a smettere di giocare agli accattoni di “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica per passare all’azione.