L’economia non ripartirà mai senza il credito

L’uomo è un animale che si abitua a tutto. Lì per li è recalcitrante alle avversità della vita, ma poi si rassegna. Ciclicamente, nei secoli trascorsi, le ribellioni alle prepotenze dei sovrani del momento hanno provocato anche rivoluzioni sanguinarie. Poi, inesorabilmente, tutto è sempre tornato come prima, se non peggio.

Ascolta



Ricordo il celebre “Giù la testa” di Sergio Leone che, in pieni anni Settanta, demitizzava già quel mito della rivoluzione che serpeggiava in quella generazione ribelle del Sessantotto. Juan Miranda, alias Rod Steiger replicava così a Sean, alias James Coburn, rivoluzionario anarchico americano: “rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione. Lo so benissimo cosa sono e come cominciano: c’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice: “Oh, oh, è venuto il momento di cambiare tutto”  e la povera gente fa il cambiamento. Poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzione… E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente… tutto torna come prima!”

Certo, rimangono i principi, ma cosa ne fai!? Specialmente oggi dove le società moderne vivono l’oggi e se ne fregano del domani.
Nessun uomo vive più per essere ricordato; la passione di ognuno è godere della giornata che trascorre! L’economia di un Paese risente di tutto questo e, anche questa sembra adeguarsi, anticipando questi cicli di apatia.
Il credito per antonomasia è concesso a chi ha un progetto di futuro, sia esso destinato alla propria attività o a una visione del domani.

La società di ultima generazione, quella che si è formata agli inizi degli anni 2000, si è adagiata sui risparmi dei genitori e nonni, non ha avuto il loro stesso coraggio e ancor meno l’intraprendenza. Ha pensato bene di adagiarsi sugli agi: vate retro sacrifici!
Ogni tanto mi chiedo quale sarà la classe dirigente di domani. Poi, drammaticamente, prendo coscienza che abbiamo mandato a governare un esercito di donne e uomini senza competenze, a nostra immagine e somiglianza.
Impareranno, dice qualcuno. E qualcun altro fa notare che quando mai dovesse succedere, e ne dubito, i danni saranno stati devastanti. E non ci sarà più alcuna economia da preservare.

Si, meglio il Re, prepotente quanto volete, tuttavia meglio del nulla più assoluto con l’etichetta “democratico”. Tutto quello che ci troviamo in eredità, infatti, è merito di sovrani e papi che con polso fermo, sanguinario in molti casi, hanno costruito per la loro gloria di essere ricordati come, molti di essi, in effetti sono.
Per cosa dovremmo essere ricordati oggi non l’ho ancora capito, se non per essere la “generazione della plastica” con cui abbiamo devastato l’ambiente per arricchire i nuovi barbari delle multinazionali? Ah, già, siamo andati sulla Luna e qualcuno afferma che non è neanche vero, mentre le opere d’arte e i monumenti che vantiamo stanno lì a testimoniare e marcare la differenza che c’è tra le generazioni passate e quelle presenti.

I banchieri sono così, hanno sempre fatto tribolare papi e monarca spendaccioni, ma i soldi li hanno sempre riportati a casa, spesso con un’opera d’arte che ha decuplicato i loro interessi. Invece, oggi, lasciano morti e feriti sul campo produttivo e molti di essi muoiono con loro.

Perché economia e credito ripartano ci vuole serietà, perché le produzioni di manufatti di ultima generazione, come il digitale, possano ripartire ognuno deve tornare a fare il suo mestiere e da esso trarne vantaggio. Del tutto differente da adesso dove non si capisce più chi produce e chi presta i soldi, perché l’imprenditore non fa più impresa ma si arricchiste attraverso la finanza.