La TAV non solo è importante, ma indispensabile

 

I costi-benefici che il Governo sta valutando per decidere se onorare gli accordi presi negli anni Novanta con la Francia dovrebbero comprendere un allargamento dell’orizzonte riflessivo verso Oriente, guardare ai prossimi decenni e non soffermarsi a una logica sul breve periodo.

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Era il 10 settembre, quando dopo soli 15 giorni e un viaggio di 11.300 chilometri percorsi attraverso Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania, è arrivato a Lione, alla stazione di Saint-Priest, il primo treno proveniente dalla Cina.

Ma la vera notizia, quella che deve essere scrupolosamente valutata dal nostro ministro dei Trasporti, è che questo viaggio straordinario presto diventerà normalità e quindi con un tempo di trasferimento di passeggeri e merci dimezzato rispetto a quanto impiegato nel primo viaggio. Cioè, quattro volte meno del trasferimento via mare. L’obiettivo è riuscire a coprire la tratta intercontinentale Wuhan-Lione in sette giorni e se non fosse così la compagnia “Wuhan Asia Europe Logistics”, non aprirebbe un ufficio permanente a Lione con l’obiettivo di organizzare a breve un servizio di tre convogli al mese: andata e ritorno.

Insomma, stiamo parlando di una nuova via della seta, quella via che Marco Polo descrisse per la prima volta ne “Il Milione”, tracciando la prima strada commerciale tra Oriente e Occidente. Costi e ricavi dovranno comprendere una visione, quella visione che dovrebbe essere patrimonio di politici avveduti e lungimiranti che, per come approcciano l’argomento, a me paiono più bottegai che tirano le somme della cassa quando la sera tirano la saracinesca. Pensate solo che, nei prossimi cinque anni, potremmo ospitare oltre cento milioni di turisti di cui una larga parte verrebbero a visitare il nostro Bel Paese. Questa potrebbe essere l’occasione di prendere i profitti di quei pozzi della cultura italica mai sfruttati come avremmo dovuto.
Invece, con queste continue riunioni associative da provinciali, non riusciamo a vedere ad un palmo dal nostro naso. Rinunciare alla Torino-Lione significa rimanere fuori dal mondo; qui non si tratta tanto di merci, ma dei nuovi benestanti d’Oriente che verrebbero ospitati soprattutto nelle nostre città d’arte.

Ma cosa aspettiamo ad accelerare i lavori della Torino-Lione per aprirci al nuovo mondo! La Svizzera già collega treni dalla Spagna alla Cina. Il governo russo e quello cinese hanno da tempo stipulato un accordo per costruire l’alta velocità: un’opera ciclopica da sei miliardi di dollari. Insomma, il mercato si annuncia in fortissima crescita per merci e passeggeri.

Ora, capiamo che il percorso più naturale per l’Italia sarebbe attraverso la Pianura Padana, il Corridoio Mediterraneo. Ma l’attraversamento alpino a 1.300 metri di quota nel vecchio tunnel del Frejus, costruito da Camillo Benso conte di Cavour nel 1871, che peraltro chiuderà la sua attività nel 2020, sarebbe impraticabile e incompatibile con la nuova generazione dei treni veloci che chiedono innanzitutto connessioni sicure. Questo mette in evidenza i nostri ritardi infrastrutturali con il continente. Per tale motivo, non dobbiamo ripetere errori come quello di Montalto di Castro che, con il referendum del 1987, ci fece diventare dipendenti energetici degli altri Paesi.

Questa volta non c’è in ballo la sopravvivenza di uno Stato membro d’Europa, nessuno ci porterà una parte di quel centinaio di milioni di clienti turisti orientali che andranno soprattutto in Francia. Rimarremo consciamente dei poveretti per l’incompetenza della classe dirigente del nostro Paese e soprattutto per la responsabilità di noi cittadini che li abbiamo votati per dei miseri interessi di bottega.