Il nuovo sinonimo della parola lavoro è schiavitù


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Quando un uomo viene costretto da un altro uomo a lavorare a frustate è fuor di dubbio che si tratta di schiavitù, ma se liberamente ottiene un lavoro retribuito accettandone le condizioni si tratta di una libera scelta. Almeno così ci insegnano i manuali di economia e il pensiero liberale. Ora, che qualcuno voglia considerare il lavoratore una persona che non è in condizione di intendere e di volere mi pare ingiusto e poco rispettoso.

Ogni persona ha le sue esigenze, che si tratti di libero professionista, imprenditore, prestatore d’opera o lavoratore subordinato. Il mercato del lavoro è una cosa che riguarda i soggetti coinvolti i quali, a loro volta, si iscrivono alle rispettive associazioni che fanno sintesi dei contratti tra le parti, affinché nessuno possa prevalere sugli altri approfittando dei reciproci bisogni.

In “tempi moderni” di Chaplin già si capiva dove saremmo andati a parare, ma le politiche degli anni successivi al conflitto mondiale hanno reso ancora più indispensabile il lavoro e i sacrifici per ricostruire quel mondo che avevamo distrutto; non già senza beneficiarne tutti e in special modo quelle categorie di lavoratori che, coscienti della loro indispensabilità, hanno ottenuto, oltre a retribuzioni sempre più decorose, quei diritti sociali fino ad allora circoscritti.

Il fatto è che pochi uomini hanno considerato la globalizzazione, vale a dire la libera circolazione del lavoro e delle merci, come pretesto per scatenare una guerra più devastante della precedente, perché la rete ed internet han messo in concorrenza, in tempo reale, persone lontane in una spirale al ribasso per quanto riguardo diritti e costo del lavoro.

La possibilità, ad esempio, di un romeno di offrire la propria forza lavoro per un impiego in Italia a un costo più basso di quello di mercato (o stabilito per legge, dopo tante conquiste e lotte per i diritti) ci prospetta una situazione simile a un Asta invertita, ovvero al ribasso. Come si fa per le gare d’appalto: chi è disposto di più a rinunciare ai propri diritti e a un salario dignitoso ottiene il lavoro.
Addio quindi ai diritti e alle rivendicazioni novecentesche… quelle che ti permettevano di essere retribuito persino se passavi la giornata sul divano a casa sotto un plaid perché con la febbre a 37.

Che i Cristiani predichino il settimo giorno di riposo perché le persone possano andare alla Messa è corretto, ma un ministro del Lavoro e dello sviluppo Economico deve essere attento al fatto che, tra le altre cose, la nostra industria più remunerativa è quel turismo che permette al Paese di essere leader nel mondo.
Ma cosa c’entrano mogli, mariti e figli con un orario di lavoro che, secondo il ministro, minerebbe la stabilità della famiglia? Faccio fatica ad immaginare che l’Italia possa frenare la modernizzazione del Paese, lanciata a cento all’ora, vietando il lavoro domenicale.

Altra cosa – e meriterebbe una considerazione a parte – è la questione dei diritti dei lavoratori. Perché non parlare ad esempio delle condizioni lavorative cui sono costretti gli addetti ai centri commerciali, alle grandi catene di commercio, agli outlet ecc.? Contratti precari, subappalti a cooperative di lavoro, giornate lavorative notturne pagate come quelle diurne, contratti fatti solo per il sabato e la domenica, straordinari non pagati…insomma una giungla!

Ma Santo Iddio, che si rimuova questo discorso in nome invece della riabilitazione dell’importanza del focolare domestico (in uno dei Paesi in cui il tasso dei divorzi e dei single è tra i più alti d’Europa) è assurdo.  
Anziché tornare al medioevo, perché non garantire un equilibrio tra diritti sacrosanti dei lavoratori e la libertà degli esercenti e dei centri commerciali di poter svolgere la loro attività quando vogliono?