Europa: ora che non c’è più nulla da rubare, litigano

I segnali sembrano chiari e il capro espiatorio sono quei populisti che arrivano con il loro pensiero straccione ad invadere le macerie economiche lasciate dai liberali europei, i quali hanno davvero liberato i cittadini dal peso del lavoro e del risparmio: nel senso che non c’è più ne l’uno né l’altro.
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Poi, in un eccesso di liberismo reaganiano, hanno iniziato a dare più soldi ai ricchi per provocare quell’effetto gocciolamento che avrebbe dovuto aiutare anche i poveri; macché, i benestanti si sono ingozzati anche quello, compresa la saliva che inondava la loro bocca nel godimento di contare i soldi che gli piovevano dal cielo come Dio la mandasse. Ora non c’è più di che sbavare perché si sono “arrubati” tutto “l’arrubabile”, anche se molti ricchi hanno depositato il bottino miliardario nel Lussemburgo di Junker.

Adesso, l’occasione degli immigrati è troppo ghiotta per lasciarsela scappare e, nel colpo finale, fuggono con quello che è rimasto della “cassa del reggimento”.
Infatti, dopo aver svuotato le tasche alle persone e con esse il lavoro che aveva garantito pace e prosperità dopo la terrificante seconda guerra mondiale, i padroni del mondo ora vanno in Oriente per prosperare altri mille anni. Era già successo nell’anno 476, quando dopo dieci secoli, sotto l’imperatore Romolo Augusto, venne messa la parola fine all’Impero romano d’Occidente.

Negli anni successivi e fino alla fine della seconda guerra mondiale, gli europei si sono massacrati tra loro nei conflitti più sanguinosi e milioni sono stati i caduti sui campi di battaglia. Ma quando contarono i morti dell’ultimo terrificante conflitto e si accorsero che in pochi anni erano state sterminate 60milioni di persone, si resero conto che nel Vecchio Continente era arrivato il momento di far deflagrare la pace… A quale prezzo?

A pagare i costi della ricostruzione prima e del boom successivamente furono gli operai che dal Sud Europa cominciano a migrare verso Nord per lavorare nelle fabbriche e nei cantieri, in cambio di salari da fame. La ricchezza generata dal loro lavoro garantisce a poco a poco un benessere che, per la prima volta nella storia, può essere elargito anche ai ceti popolari e alla stessa classe operaia. Inizia il trentennio glorioso, dagli anni sessanta ai novanta, nel quale anche il figlio dell’operaio può diventare “dottore” e il papà può permettersi, col suo lavoro, di comprarsi una macchina, accendere un mutuo per una casa e aver diritto persino a una pensione dignitosa, predisposta per quando non sarebbe più stato in grado di lavorare.

Ma sul più bello (non è neanche passato mezzo secolo dal dopoguerra) ecco già delinearsi la rivincita dei “mercati”: cade il muro di Berlino e sulla scena europea appare la moneta unica che interviene a inflazionare il valore della casa e il costo del lavoro (quindi dei salari). Successivamente, le banche fanno il resto: rapinano quanto era rimasto, prima attraverso mutui e leasing agevolati, poi con la morsa del debito.

Il resto è storia nota. Dalla crisi finanziaria del 2008 sono il 40% delle aziende italiane a entrare in crisi e fallire, mentre per quanto riguarda le altre, quelle sopravvissute, riescono a godere di buona salute solo grazie alla delocalizzazione (leggasi trasferimento all’estero di stabilimenti e ovviamente del lavoro). Quindi, il lavoro è traslocato nei Paesi poveri che, ironia della sorte, stanno diventando ricchi, al punto che non solo oramai è impossibile parlare di Terzo mondo, ma persino “Paesi in via di svilippo” appare una nozione superata.

Difatti, si tratta di Paesi che se non sono già ricchi, lo stanno diventano. Sulla pelle della classe operaia dell’Occidente.