Due riflessioni ad alta voce sul caso Di Maio

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Il nostro ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico è stato oggetto di attenzioni mediatiche che hanno messo a nudo la sua vita e quella della sua famiglia.
In questo non ci trovo nulla di strano, perché quando si entra in politica si deve essere pronti a rispondere dei propri comportamenti; un po’ come una volta accadeva tra i carabinieri che dovevano essere “immacolati” non so per quante generazioni per avere il privilegio di entrare a far parte dell’Arma.

Ora, il ministro Di Maio è stato messo nelle condizioni di dover rispondere per l’operato del padre, anche se ipocritamente viene premesso, da chi di fatto li accusa, che i figli non devono essere giudicati per i peccati dei padri. Fatto è che, nonostante le precisazioni d’obbligo da parte degli inquisitori, il Capo politico dei 5 Stelle è inguaiato!
E non ci sarà cosa che lui potrà fare per placare gli accusatori, perché non sarà mai abbastanza per dimostrare la sua completa estraneità ai fatti: il pubblico dei colpevolisti, a prescindere, vorrà la sua testa.
L’innocenza di un politico sotto processo (soprattutto mediatico) sarà riconosciuta solo dopo molto tempo dall’uscita di scena.

D’altronde, i rischi del mestiere coinvolgono anche gli ecclesiastici, i quali da sempre sono sottoposti al dileggio di coloro che hanno un qualsiasi interesse a metterli alla berlina. Della politica poi se n’è sempre fatta un’arte particolare per buttare giù dal banchetto la concorrenza. Una volta lo si faceva con sottigliezza, oggi in maniera brutale, ma lo scopo è sempre lo stesso: distruggere l’avversario, costi quel che costi.
La ferocia che si mette in questa arte distruttiva della moralità di un uomo, spesso supera quella della punizione fisica attribuita ai regimi dittatoriali, ma la democrazia, si sa, utilizza l’arma dell’ipocrisia e della falsità che, molto spesso, porta la persona oggetto dell’ingiuria a togliersi la vita.

Tutti gli uomini possono essere attaccati e messi sotto processo, lo sosteneva anche Richelieu che scriveva:
“Datemi sei righe scritte dal più onesto degli uomini, e vi troverò una qualche cosa sufficiente a farlo impiccare.”
Da allora nulla è cambiato, quando si vuole screditare un avversario si trova sempre l’elemento che lo metterà in condizione di abbandonare la scena politica, il protagonista deve allontanarsi dai riflettori se non vuole essere fischiato dal pubblico: nel nostro caso, gli elettori.

Da che ricordiamo, uomini politici che ricoprivano ruoli primari, quando si è deciso di abbatterli nulla ha fermato le improbabili notizie: voglio fare un’esempio per tutti e a tal proposito mi viene in mente il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, che fu costretto a dimettersi per lo scandalo del caso Lockheed, oltre per le critiche che gli arrivavano per la condotta della moglie Vittoria, di vent’anni più giovane, che compariva spesso sulle riviste di moda femminile e sui giornali scandalistici.
Nonostante fosse stata pienamente riconosciuta la sua estraneità allo scandalo Lockheed, il 15 giugno 1978, su richiesta del PCI, Giovanni Leone rassegnò le dimissioni.

Ecco, perfino se un politico dovesse consegnare alla stampa le nudità della sua vita e quella di tutti i suoi parenti, ci sarebbe sempre il Richelieu di turno pronto a far  qualche cosa per metterlo sotto processo e, metaforicamente, impiccare.
Se anche per Di Maio sarà così non lo sappiamo, ma è certo, o quasi, che con l’arrivo del suo più caro amico, Alessandro Di Battista, qualcosa dovrà mollare: la carica di Capo politico dei 5 Stelle o uno dei due ministeri che dirige? Staremo a vedere!