Abbiamo fatto gli americani senza essere l’America

 
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Era Renato Carosone che, a metà degli anni cinquanta (1956), cantava “Tu vuo’ fa’ ll’americano”, una canzone che non solo raggiunse il successo internazionale, ma è tuttora la più nota del cantautore.

Sempre in quegli anni (1954), Alberto Sordi interpreta la pellicola più amata dagli italiani “Un americano a Roma”, dove il personaggio Nando Meliconi sogna ad occhi aperti quella terra tanto agognata per l’immagine di grandezza e opulenza portate dieci anni prima dalle truppe americane, apparenza ancora viva nella mente dei giovani italici a cui Nando fa il verso nel film.

Cioccolata, Coca Cola, sigarette Camel, TV e Rock and roll, insieme alle immagini dei film “Gioventù bruciata” e “Scandalo al sole” hanno fatto sognare generazioni di italiani che ancora oggi vivono il mito americano. 

Ora, per tutti gli anni ottanta e fino alla caduta del muro di Berlino (1989), l’America contribuiva a finanziare l’Italia considerata Nazione strategica per arginare l’URSS da dove, peraltro, un’altra parte di italiani mungevano quattrini a manetta per fare da sentinella ad eventuali invasioni statunitensi.

E con questa montagna di quattrini abbiamo fatto gli americani, ma a finanziamenti interrotti, dopo la caduta del muro, siamo scemati di interesse sia per gli uni che per gli altri: russi e americani. 

Ma le abitudini di vivere come nei film di Doris Day e Rock Hudson ormai ci era rimasta nel sangue. Quindi, abbiamo proseguito con la “Milano da bere” e il sogno di “farsi da sé” per moltissimo tempo, al punto di scolarci e mangiarci tutto e indebitarci fino al collo. Il nostro debito pubblico in pochi anni è passato da poche centinaia di miliardi di lire fino agli attuali 2.300 miliardi di euro, che moltiplicati per 1.936, tanto è il cambio lira-euro, sommano una cifra talmente alta che la mia calcolatrice si è inceppata. 

L’aspetto più drammatico è che siamo andati troppo oltre. Fino alla fine degli anni Ottanta, infatti, ci siamo impegnati a costruire Aziende di Stato considerate tra le migliori al mondo, veri gioielli europei, e una credibilità internazionale che ha portato l’Italia ad essere la quinta potenza industriale del Pianeta. 

Adesso, non solo ogni italiano nasce con un debito di circa 100milioni delle vecchie lire, ma ci siamo mangiati tutto, perfino le nostre migliori industrie di Stato, privatizzandole con risultati drammatici. Tanto per fare un esempio, la società Autostrade, fatta gestire ai Benetton, è implicata nella tragedia del 14 agosto, quando è crollato il ponte Morandi. Sarebbe successa la stessa cosa se l’azienda fosse rimasta di dominio pubblico? Non lo sappiamo, ciò che è certo però che il mantra “privato è meglio, più efficiente” che ci siamo sorbiti per vent’anni non lo beviamo più.

Nonostante ciò, una gran parte di noi vuole continuare a fare l’americano continuando a praticare uno stile di vita che non può più permettersi: salvo continuare a fare gli americani anche da impoveriti, senza essere in America. “Ma i soldi per le Camel, chi te li dà?” chiedeva provocatoriamente Carosone.